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Ultimo aggiornamento il 03/12/2020

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Un'idea di Carlo Meoli

Questo pezzo di Luigi Amati è uscito sul Quotidiano del Sud.

 

Prendi a calci un pallone poi talvolta la vita prende a calci te. Spenti i riflettori, infatti, nel calcio non tutti i protagonisti restano tali e, anzi, per molti di loro le ombre si fanno più fitte e il buio spesso prende il sopravvento. E come sempre accade, quando a precipitare sono nomi più o meno famosi, più o meno conosciuti, il tonfo è maggiore e la polvere che sollevano ci fa lacrimare, non solo metaforicamente. Nel piccolo mondo del calcio campano, sta facendo rumore in questi giorni la storia di Pietro Puzone, tra i protagonisti di quel Napoli che, targato Maradona, regalava le ultime grandi soddisfazioni a una tifoseria che oggi sopporta invece chiacchiere, sicumere e piani triennali che naufragano.

Puzone Pietro da Acerra, attaccante vecchio stampo, giovane di belle speranze, era nella rosa allenata da Ottavio Bianchi, tecnico che ben prima di tanti profeti attuali, gestiva anche, sia pure con grande discrezione, le vite quotidiane dei suoi calciatori non di primissima fila. Attento alle condizioni sociali e familiari, don Ottavio sapeva capire quando dietro un ragazzo ci fossero problemi e difficoltà, e interveniva per quel che poteva. Di un ragazzo all’epoca appena arrivato in prima squadra dalle giovanili, ad esempio, seppe che a casa mangiava poco e male e allora lo pose sotto le cure del personale del centro Paradiso di Soccavo – la casa del Napoli accucciata sotto la collina dei Camaldoli – e in particolare lo affidò allo chef Maresca per un piano alimentare equilibrato e bilanciato.

Proprio lui, Ottavio Bianchi, il burbero, che invece si intendeva già di discipline parallele al calcio e soprattutto capiva di uomini e cose. Anche con Puzone tentò qualcosa, anche se nel caso di Pietro non c’era una famiglia problematica, anzi, il papà era un famoso e stimato commerciante acerrano. Per farla breve, il giovane Pietro visse alcune stagioni brillando di luce propria, certo, ma anche altrui e di fatto entrò a far parte del circolo chiuso più vicino a Diego Armando, che a quel giovanotto imparò presto a volere bene. Il passo verso la fine della carriera è stato breve, meno breve ma più brusco è stato quello di Puzone verso i problemi personali e fisici e in direzione di una panchina che non era più quella del San Paolo, no, ma una nel centro di Acerra.

Lì Pietro, ingrassato e ingoffato in una vecchia tuta, trascorre le giornate e in un video che gira sui social ha negli occhi tutta la paura che la vita sa improvvisamente infonderti quando d’un tratto hai smarrito la strada. In quei pochi minuti, Puzone, sollecitato da una voce fuori campo, promette che si farà aiutare, che accetterà consigli, però purtroppo non sembra sincero, il timore è che al momento servano sforzi notevoli e una sinergia di aiuti per strapparlo a una condizione che nessuno avrebbe mai pensato potesse diventare la sua. Ora un gruppo di ex compagni delle giovanili sta cercando di mettersi in moto per aiutare Pietro e magari convincerlo a lasciarsi sistemare in una struttura che possa assisterlo e curarlo, in attesa che in testa non gli si affollino più fantasmi, ma solo i ricordi di un’epoca più serena.

Ecco perché e come talvolta la vita può prendere a calci anche chi a calci ha preso un pallone facendone una professione. E nomi anche famosi fanno parte di una lista, quasi una formazione, che fa male leggere e rileggere. A partire naturalmente dai due più famosi di tutti: BestGarrinchaGeorge Best, fuoriclasse purissimo, capelli lunghi, sorriso abbagliante, una vita vissuta nell’eccesso, nella passione, nella disperazione: fu anche definito, vista l’epoca e la popolarità il “quinto dei Beatles”. Nato a Belfast, morto a Londra a 59 anni per un’infezione epatica, fu l’idolo indiscusso del Manchester United, l’ala destra dal dribbling folgorante.

Pallone d’Oro nel 1968, gettò via un talento lucente per alternare paradiso e inferno, lucidità e follia. Tre sue frasi fra tante lo illuminano alla perfezione: «Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato», «Non so se è meglio segnare al Liverpool o andare a letto con miss Mondo: fortunatamente non ho dovuto scegliere», infine «Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i venti minuti peggiori della mia vita».

Manè Garrincha, stella del Brasile campione del mondo in Svezia e in Cile, è l’esempio migliore di cosa può accadere una volta smesso di giocare. La più grande ala destra della storia del calcio, il fuoriclasse dal dribbling impossibile da prevedere anche per via di una gamba sinistra più corta della destra di sei centimetri, morì a 49 anni, in assoluta povertà e solo, dopo una vita fatta di eccessi e di sperperi. Fulminante la definizione che di Garrincha lasciò lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: «Non fu un vincitore, fu unperdente con fortuna».

L’elenco però è lungo, dal passato più o meno recente si affacciano le storie di quanti, al di là dei risultati sul campo, hanno poi perso nella vita. Breheme, campione del Mondo con la Germania a Italia ‘90e poi anche all’Inter, finito a pulire i bagni per un’impresa di pulizie e salvato da Beckenbauer: ora fa l’osservatore per il Bayern. Gascoigne, 48 anni, finito nel tunnel senza uscita dell’alcol e recentemente trovato seminudo in strada sotto casa con in mano una bottiglia di gin.

Il brasiliano Muller, Luiz Antônio Correia da Costa, oggi 50enne, in Italia con Torino e Perugia (1997), 12 gol in Nazionale e campione del Mondo a Usa 1994: a parte una moglie fotomodella da urlo, è passato dalle Ferrari a chiedere spiccioli agli amici. Oggi sta meglio ed è tornato addirittura a giocare con il Florianopolis, quarta serie paulista. «Tante persone mi hanno aiutato — ha detto — ora voglio essere io ad aiutare il prossimo». Maurizio Schillaci l’altro Schillaci, a Licata voluto da Zeman, 22 gol in 66 partite, poi alla Lazio in B, infine al Messina con suo cugino. Ma a causa della droga la sua storia calcistica finisce presto e ora fa il clochard a Palermo.

E ancora scavando tra i meno conosciuti: Cadete, portiere mito per i tifosi del Brescia fra il 1998 e il 2000, 12 presenze con la nazionale belga 12 presenze tra il 1986 e il 1995, nel 2008 è finito in galera per una rapina nei pressi delle Grotte di Han. Oggi ha 53 anni e dopo qualche mese in carcere e poi al lavoro come cameriere, cerca di fare l’allenatore in Belgio. Diego Mendieta, paraguaiano, morto nel dicembre 2012 è a soli 32 anni perché non poteva permettersi di pagare le cure sanitarie necessarie dopo aver contratto una malattia. Roberto Tavola, a diciotto anni esordio in B, poi due scudetti e una coppa delle Coppe alla Juventus. Oggi ha 58 anni e si sveglia ogni mattina alle 5 per consegnare i giornali.

Storie così, storie di quando la luce si spegne all’improvviso. E se prima la luce era quella dei riflettori di uno stadio, il buio può anche essere più profondo.