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Ultimo aggiornamento il 03/12/2020

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Un'idea di Carlo Meoli

Questo reportage di Enrico Fierro è stata pubblicato sul Fatto.

 

"Iatavenne, fetient…”. È guerriglia a Mondragone. Gli italiani contro i bulgari e i romeni. I moderni “untori”. “Hanno portato il Covid e mo se ne vanno in giro. Assassini”, urla una donna. È in prima fila nel gruppo di quasi cento persone del posto, molti giovani, che ora vogliono bloccare la Domiziana. Dai balconi, romeni e bulgari, urlano e lanciano sedie e bottiglie. C’è la polizia, le camionette a bloccare entrate e uscite, presto arriverà anche l’esercito. Nessuno sa cosa fare.

Nessuno ha fatto mai nulla per questo Bronx della disperazione che non è neppure degno di un nome. Palazzi ex Cirio, e tanto deve bastare. Otto palazzoni costruiti nel 1957 a ridosso dello stabilimento Cirio. Ci vivevano gli operai di Mondragone che lavoravano nella fabbrica. Quella del “come natura crea Cirio conserva”. Dopo qualche anno la fabbrica chiuse e gli abitanti dei palazzi cominciarono lentamente ad andar via. Le case presentavano i segni del tempo, il quartiere precipitava nel degrado.

Al posto degli operai italiani arrivarono romeni e bulgari. I poveri d’Europa. Con in tasca il documento di cittadini dell’Unione, ma iscritti all’anagrafe dei disgraziati. Sempre alla ricerca di un lavoro e di qualche soldo da mandare a casa. “Pagano cento euro a posto letto, vengono sfruttati nelle campagne dove sono essenziali per l’economia agricola, ma qui sono considerati dei veri e propri invisibili”, racconta Igor Prata, giovane sindacalista della Flai-Cgil. Quanti sono? Sette-ottocento, ma in questo periodo i palazzi Cirio possono ospitare fino a 1.500 persone. Schiene che si piegheranno per raccogliere fagiolini, cocomeri, frutta, pomodori. Fino a pochi giorni prima dell’esplosione del virus, ai palazzi Cirio c’era la fila dei furgoni bianchi. Arrivavano prima dell’alba per raccogliere gente. Sono i “caporali”, bulgari, soprattutto, ma anche italiani e tunisini. Furgoni malmessi, senza assicurazione, caporali spesso senza patente.

Le condizioni di sicurezza pari a zero. Ma patti chiari: la paga è di 3 euro l’ora, qualcosa come 20-25 euro al giorno per le donne, 25-30 per gli uomini, pochi centesimi l’ora per i bambini. “È sfruttamento – ci dice il sindacalista –, la paga base del contratto provinciale è di 42 euro al giorno, con tutte le garanzie previste. Con l’aggravante che una parte del salario che questi lavoratori incassano devono darla al caporale, altrimenti perdono il lavoro. Qui lo sfruttamento economico diventa emergenza sociale nel momento in cui se sei un invisibile non hai neppure tutele sanitarie, non puoi consentirti il lusso di ammalarti. Per tutelare la salute di tutti bisogna applicare la legge contro il caporalato del 2016, fare uscire centinaia di persone dall’oscurità sociale. La loro tutela è la tutela di tutti noi”.

A Mondragone in questi anni nessuno ha visto, pochi sono intervenuti, in tanti, aziende agricole, proprietari degli alloggi affittati in nero, ci hanno guadagnato. Istituzione e politica alla dura realtà hanno preferito i sogni. “Faremo del litorale domizio la nostra riviera romagnola”, promise appena due anni fa il “governatore” Vincenzo De Luca.

E arrivarono progetti e piani. Fu elaborato un masterplan e individuato l’archistar destinata a realizzarlo, Andreas Kipar, l’uomo che curò la riconversione del bacino della Ruhr. E furono convegni che illustrarono piani, centri commerciali, grattacieli con mirabolanti funicolari che portavano al mare, circoli velici, yacht club. “Il sogno di una vita”, disse De Luca. La realtà è invece un incubo.

È la paura di Mondragone, il terrore del virus e della chiusura totale a ridosso della stagione estiva. È il terrore dei 2.000 europei venuti dall’Est che più del virus temono il rischio di perdere anche quel poco di lavoro che hanno. Corrono, scappano di notte, si trasformano in potenziali untori. Mettono a rischio la salute degli altri per lavorare. Da sfruttati.