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Ultimo aggiornamento il 08/08/2020

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Un'idea di Carlo Meoli

In questo pezzo Enrico Fierro spiega in modo molto chiaro come le divisioni tra Pd e M5S rischiano di consegnare alle destre importanti regioni del Sud, a partire dalla Campania. Il commento è apparso alcuni giorni fa sul "Fatto".

 

Una domanda va posta al Pd zingarettiano e ai Cinque stelle, in modo diretto e brutale. Ma voi la classe politica del Sud la volete ribaltare come un calzino, oppure preferite continuare a crogiolarvi nei vostri piccoli e insignificanti problemi interni? Se ci riuscite, date una risposta. Perché state consegnando due regioni simbolo del Mezzogiorno e dei suoi mali, alla peggiore destra clientelare, affarista e razzista. In Campania, nel regno di De Luca, la quintessenza di un sistema di potere feroce, bipartisan e fallimentare, Zingaretti si sta dimostrando un pavido, succube della macchina elettorale di Re Vincenzo. Non accenna a una battaglia per il rinnovamento, non ce la fa, non ha nomi né una proposta forte da proporre ai Cinquestelle.

Nonostante i sondaggi siano chiari. La destra unita è destinata a vincere chiunque sia il candidato governatore. Non siamo alla storia di Incitatus, il cavallo di Caligola, ma manca poco. E c’è di più, i dati ci dicono che la destra arriverebbe al 42%, il centrosinistra con De Luca al 32%, i Cinquestelle al 18%. Ora, anche un bambino capirebbe che se Zingaretti avesse un minimo di coraggio, e i Cinquestelle un pizzico di intelligenza politica, l’unione tra le due forze, più spezzoni della sinistra e del movimento che fa capo a Luigi de Magistris, fermerebbe sia la destra che De Luca (intenzionato a candidarsi Pd o non Pd). Ovviamente qualche solone ci risponderà che la politica non è aritmetica e bla, bla, bla. Noi replichiamo in anticipo che la politica è coraggio e responsabilità. Salvini brinda a Sorrento e lascia fare, lui vuole il sindaco di Napoli. Vuole governare quel popolo che “puzza”, è “coleroso” e “non si lava”, come cantava ebbro di birra qualche anno fa. Hanno tentato di sfiduciarlo Luigi de Magistris con una mozione votata venerdì sera e firmata da Lega, Pd, Forza Italia e Cinque Stelle. E hanno perso.

In Calabria, invece, Zingaretti il coraggio lo ha mostrato. Sondaggi alla mano, e lettura attenta dei dati catastrofici che affliggono la regione, ha chiesto a Mario Oliverio, governatore Pd, di farsi da parte. Un gesto importante. Oliverio è il terminale di un solido sistema di potere che domina da tempo il partito, che avrebbe dovuto far riflettere i Cinquestelle. Invece no. Mentre Zingaretti veniva attaccato dai personaggi più influenti del Pd calabro, il Movimento di Di Maio urlava il suo niet. Anche a candidati di valore come Pippo Callipo e l’editore Florindo Rubbettino. Prendete il deputato Paolo Parentela.

Mentre il Nazareno tentava di far fuori Oliverio, lui diceva che non basta, Zingaretti deve prima spiegare perché. E prendete il Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra. “Non mi occupo di elezioni calabresi, ma solo di 416 bis” (il reato di associazione mafiosa, ndr). Ma un politico può rispondere così, dando fiato alle trombe di Oliverio e di quella corrente che fa del vittimismo una bandiera dove trovano spazio tutti: malacarne, politici arruffoni e affaristi? Si può ridurre la “questione calabrese” a mera questione criminale? Non parliamo dell’altra deputata grillina, Danila Nesci. È alla sua seconda legislatura e vuole candidarsi a capolista del Movimento. Che nel frattempo ha scelto di correre con un candidato civico, Francesco Aiello, un bravo docente universitario ma sconosciuto ai più. Nino De Masi, autorevole imprenditore da anni nel mirino della ‘ndrangheta, ieri ha lanciato un accorato appello “agli uomini liberi della Calabria”. Lo ascolteranno in pochi. Altro che “frontiera rossa” dell’Emilia Romagna, state regalando il Sud a Salvini. Le “sardine”, che strumentalmente osannate, devono diventare squali e vi devono sbranare.