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Ultimo aggiornamento il 13/12/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

L’incendio che ha mandato in fumo circa 300mila euro di prodotti di “Buonora Elettrodomestici” nella notte tra domenica 3 e lunedì 4 novembre, ha di nuovo evidenziato un problema atavico dei nostro territori: il racket e la presenza della criminalità organizzata. Tra le ipotesi ancora in campo, questa è la più accreditata. Le fiamme della scorsa settimana alla storica rivendita di elettrodomestici di via Verdi a Pagani hanno messo la città, la sua popolazione, la classe dirigente e politica di fronte alla realtà. 

 

Tutti coloro che affermano a più riprese di “amare la città” non hanno più motivo di ribadire che “va tutto bene”. La città non può più nascondere il problema della criminalità organizzata. Massimo Buonora, il titolare della rivendita di elettrodomestici che dal 1948 è presenta nella zona tra la “Cappella” e l’ex “Cirio”, lo sa, lo ha sempre saputo e per questo si è messo da subito al lavoro per ricostruire il suo negozio. 

«Lo faccio per far stare sereni i miei figli e mia moglie, per non farli avere paura. Se mi fermo a riflettere è peggio. Devo ripartire subito». Il coraggioso Buonora ha sempre fatto il suo dovere come esercente, padre e cittadino. Nel 2012 aveva già denunciato la tentata estorsione subita durante il periodo natalizio da alcuni appartenenti al clan Fezza - Petrosino D’Auria. Nel 2013 Buonora, assieme al titolare della boutique “Striano” anch’esso colpito dalla richiesta estorsiva, confermò in tribunale il riconoscimento dei due responsabili, ovvero Alfonso Pepe e Francesco Desiderio. Ad oggi non sappiamo se l’incendio doloso della scorsa settimana sia collegata o meno alle denunce di Buonora. Gli inquirenti non escludono nessuna pista. Ma il caso, in questa città, non c’entra mai. 

 

Smentita sul nascere la maldicenza dell’incendio doloso, quello appiccato per interesse dagli stessi danneggiati solo per riscuotere i soldi dell’assicurazione. 

«Paradossalmente sono felice di non aver mai assicurato i prodotti che ho nel negozio. Nessuno potrà accusarmi di essermi procurato le fiamme da solo per recuperare i soldi dell’assicurazione», ha dichiarato tristemente Buonora, offeso dalle voci di paese diffuse subito dopo lo spegnimento delle fiamme. Adesso sui social è gara di solidarietà verso la famiglia di “Buonora Elettrodomestici”. Fino a pochi giorni fa, c’era gente pronta a farsi ammazzare pur di “difendere” la città da qualsiasi ipotesi di racket, estorsioni, spaccio, usura o camorra. Fino a due giorni fa, prima che si diffondesse sui media la notizia dell’incendio doloso, nessuno aveva fiatato. Nonostante il negozio distrutto. 

 

Nel febbraio 2012, poco prima dello scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, l’ex assessore Gino Mongibello affermò alle telecamere del programma “Piazza Pulita” di La7 , testualmente, «vivo da 50 anni a Pagani e non ho mai sentito parlare di camorra».  Nel dicembre dello stesso anno commercianti e cittadini irridevano quanti, pochi a dire il vero, parteciparono alla marcia antiracket organizzata dal “FAI - Federazione Antiracket Italiana” con la presenza dell’allora prefetto Elisabetta Belgiorno. «A Pagani non c’è il pizzo». «Nessuno fa estorsioni» erano i commenti più ascoltati in strada durante la passeggiata. Nel marzo 2016 una nuova marcia antiracket organizzata dalla sezione paganese del Fai, guidata all’epoca dal presidente Tonia Sangiorgio, vide l’assenza di commercianti e cittadini in strada. Un’assenza definita dagli stessi promotori come il “silenzio tombale” della città rispetto al fenomeno. Oggi quel silenzio è stato rotto da Massimo Buonora, autentica voce fuori dal coro belante del “va tutto bene”. L’augurio è che l’esempio del rivenditore di via Verdi possa essere da stimolo per gli altri commercianti paganesi a denunciare, ad alzare la voce contro le angherie e le richieste di “offerte per i carcerati” che periodicamente sembrano tornare di moda. Non è facile, ma qualcuno oggi ha indicato una strada da seguire.