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Ultimo aggiornamento il 22/10/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

La Ferrero, come tutte le grandi multinazionali, prende la materia prima da paesi che sfruttano in modo ignobile i lavoratori. Pensiamo che certi prodotti andrebbero boicottati. Sull'argomento pubblichiamo un reportage di Nicolas Cheviron apparso sul "Fatto" di oggi.

Giresun e Ordu (Turchia). Ceylan Teker non ha mai sentito parlare di Ferrero. Eppure da 11 anni la giovane donna si reca ogni estate sulle rive turche del Mar Nero per la raccolta delle nocciole: parte del suo raccolto finisce di sicuro nei vasetti di Nutella, prodotto di punta del colosso alimentare italiano, che assorbe più di un terzo della produzione turca.

Ceylan aveva 12 anni quando, con la sua famiglia, viaggiato la prima volta dal suo villaggio curdo di Yeditas, vicino a Pervari, nel dipartimento di Sanliurfa (sud–est), fino alle colline verdeggianti di Ordu (nord), il regno della nocciola. Circa 700 chilometri, da percorre a bordo di un minibus affollato. Ogni estate, ad agosto, circa 350.000 lavoratori stagionali curdi e arabi arrivano come lei sulle coste del Mar Nero, dalle regioni povere e devastate dal conflitto curdo dell’est e del sud–est della Turchia. Lo scopo? Raccogliere la manna preziosa: 600.000 tonnellate di nocciole in media ogni anno, il 70% della produzione mondiale.

Ceylan, nata in una famiglia di piccoli allevatori con 10 figli, ha vissuto nelle tende lungo i frutteti in cui si ammassano i lavoratori stagionali. Negli ultimi due anni la sua situazione è leggermente migliorata. Il nuovo datore di lavoro, un agricoltore della città di Bulancak, nel dipartimento di Giresun, offre ai lavoratori alloggi con servizi igienici, anche se l’acqua non basta tutti i giorni. Certe cose però non cambiano: le giornate di lavoro durano almeno 9 ore e mezza. Continuano a mancare l’assistenza sanitaria e i contributi per la pensione, anche se la “carta verde”, una copertura universale, dà accesso alle cure di base nei centri medici vicini. Il lavoro minorile (sotto i 16 anni) e femminile: nel gruppo di Ceylan, le donne sono il doppio degli uomini. I curdi sono emarginati dai nazionalisti locali. Per Ceylan, il primo problema è lo stipendio basso. Le prefetture del Mar Nero hanno pubblicato i salari giornalieri: da 85 a 115 lire turche (tra 13,7 e 18,5 euro, ndr.). Ma i salari cambiano con l’etnia: “Sono 85 lire turche per i curdi, 100 per i georgiani, 115 per i lavoratori locali”, riassume Imdat, mezzadro di Kardesler. Uno studio sulla distribuzione del reddito proveniente dal commercio delle nocciole in Turchia, firmato nel 2017 dalla Fair Labor Association (FLA, sede negli Stati Uniti) indica che una famiglia di 8 lavoratori stagionali guadagna in media 730 dollari (650 euro). Una somma “molto inferiore alla soglia di povertà” calcolata dai sindacati turchi. La FLA non condanna però i produttori, perché “non sono in grado di pagare un salario decente a causa del prezzo della nocciola e del reddito che ne traggono”.

 

Al limite della sopravvivenza

Analizzando la distribuzione degli utili, la FLA conclude che solo un ottavo di essi (rispettivamente 12,6% e 12,1%) va agli agricoltori. Il resto è suddiviso tra intermediari (14,6% e 13,9%), impianto di lavorazione (30,3% e 31,5%) e rete di distribuzione (42,5%). Sururi Apaydin non ha il profilo dell’agricoltore–sfruttatore. A 63 anni, il datore di lavoro di Ceylan è allo stremato. Per tutta la vita ha lavorato tra gli alberi di nocciole, gestendo 11 ettari di frutteti. Sururi incassa con tristezza le recriminazioni di Ceylan. “Vorrei offrire ai miei lavoratori un alloggio comodo, ma non ho i soldi”, si scusa. “L’anno scorso, per la prima volta sono andato in perdita, di 3.000 lire turche (490 euro). Ho guadagnato 52.000 lire (8.455 euro) contro 55.000 lire turche (8.945 euro) di spese”. Come Sururi, gran parte dei coltivatori della regione si è impoverito. Rispetto agli esportatori – una trentina di aziende, 5 delle quali controllano la quota maggiore del mercato – e agli acquirenti europei, la miriade di piccoli agricoltori pesa poco nel settore. Le aziende agricole sono tra 430.000 e 500.000, a seconda delle fonti, per 700.000 ettari di frutteti, cioè da 1,4 a 1,6 ettari in media per agricoltore. “Ma se si escludono i 70.000 principali proprietari terrieri, la media scende a 0,8 ettari. In questi casi la produzione si limita a qualche centinaia di chili di nocciole”, osserva Özer Akbasli, ex presidente della Camera dell’agricoltura di Giresun e proprietario di un frutteto di 10 ettari.

L’impotenza dei contadini è anche il frutto delle scelte del governo turco: a cominciare dallo smantellamento della potente “Unione dei coltivatori di nocciole”, la Fiskobirlik, fondamentale nella determinazione dei prezzi. Principale acquirente sul mercato, la cooperativa era stata creata nel 1938. Oggi la Fiskobirlik ha un ruolo di secondo piano ed è sommersa dai debiti. “La svolta è nel 2006, quando il governo ha smesso di acquistare tramite la Fiskobirlik per dare spazio all’Ufficio dei prodotti agricoli (Tmo)”, un’azienda statale che fa capo al ministero dell’Agricoltura, precisa Umut Kocagöz, dottorando che lavora sull’organizzazione dei produttori di nocciole.

I vantaggi del mercato

Senza la Fiskobirlik, molti coltivatori (senza capacità di stoccaggio) devono consegnare il raccolto invenduto ai manav, i piccoli acquirenti locali: così, perdono ogni influenza sul mercato. Quest’anno il prezzo delle nocciole in guscio del Tmo è stato annunciato alla fine di luglio dal presidente Recep Tayyip Erdogan: 16,5 lire turche (2,7 euro) al chilo. I coltivatori sono delusi. “Da quando la Fiskobirlik non compra più una fetta importante della produzione, sono le aziende a dettare le regole”, conclude Abdullah Aysu, presidente del sindacato degli agricoltori Ciftçi-Sen. “Il Tmo non serve a mantenere alto il prezzo delle nocciole, ma a garantire prezzi bassi alle aziende”. La tesi del sindacalista è fondata. Il padre della riforma del 2006, per molti osservatori, è Cüneyd Zapsu: all’epoca un consigliere di Erdogan, a capo di una delle 3 più grandi aziende esportatrici di nocciole del Paese, la Balsu. Tra i primi a beneficiare del prezzo basso c’è Ferrero, il maggiore acquirente di nocciole sul mercato turco: molti accusano l’azienda di volerne assumere il totale controllo. La cultura del segreto è radicata nel gruppo e blocca ogni accesso all’informazione. Alla domanda di Mediapart sui quantitativi di nocciole acquistate in Turchia e sulle aziende partner, il gruppo glissa, parlando di “quantità significative” e di “molteplici fonti”, tra cui i “manav (i piccoli acquirenti locali), altre compagnie locali e esportatori”.

Secondo un rapporto pubblicato lo scorso marzo dalla Camera degli agronomi (Zmo), il 65% degli approvviggionamenti Ferrero arrivano dalla Turchia: più del 30% della produzione turca. Il gruppo è sempre più influente, con l’acquisizione nel 2014 di uno dei tre maggiori esportatori di nocciole, Oltan Gida, diventato Ferrero Findik. Rispondendo per iscritto a Mediapart, Ferrero ha ammesso che un altro dei tre esportatori turchi leader, Balsu, “è tra i fornitori abituali”. L’acquisizione di Oltan Gida ha permesso a Ferrero di raggiungere direttamente i piccoli rivenditori: un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti internazionali. “Quest’anno Ferrero si rifornirà direttamente da me. Comprando le nocciole in anticipo, l’azienda si garantisce la fornitura prima che il Tmo decida sugli acquisti e gli stock”, afferma Kurtulus Bas, manav di Bulancak. Il giovane è preoccupato: “Oggi Ferrero, in posizione dominante, propone ai manav tariffe di acquisto inferiori a quelle che si applicano ai produttori, e alcuni accettano perché hanno prestiti da rimborsare”.

Sulle tariffe in Turchia e le conseguenze sulla vita dei lavoratori, Ferrero ha detto di assumersi tutte le responsabilità, offrendo “la costruzione di alloggi dignitosi per gli stagionali” e “la formazione su temi diversi come le condizioni di lavoro e l’alloggio, il lavoro minorile e giovanile, la discriminazione, il primo soccorso, l’igiene, l’attrezzatura per la sicurezza e gli infortuni sul lavoro”. La holding, che conta 94 società con un fatturato di 10,7 miliardi di euro nel 2018, promuove soprattutto il suo programma Ferrero Farming Values (FFV), in Turchia dal 2012, con l’obiettivo di “incoraggiare il settore della nocciola ad adottare le migliori pratiche con lo scopo di pervenire a un modello di business più resiliente e sostenibile, che crei valore per tutte le parti interessate”. Il programma prevede la diffusione di frutteti–modello, oggi 65, grazie a donazioni di strumenti per aumentare la resa da 80–100 chili a 250 chili per ettaro. “Il programma FFV coinvolge 120 persone, agronomi e esperti sociali hanno già incontrato 42.000 agricoltori”, afferma Ferrero. Ma è proprio questo programma a preoccupare i produttori: per loro è un passo avanti verso l’egemonia dell’azienda italiana. “Ferrero si comporta come fosse il ministero dell’Agricoltura”, afferma Kutsi Yasar, presidente di Findik–Sen. “I suoi collaboratori vanno nei villaggi, distribuiscono sacchi di iuta, fertilizzanti, pesticidi, carte di credito per il carburante. Così crea una dipendenza”. Il sindacalista denuncia l’“uso massiccio” di sostanze chimiche nei cosiddetti frutteti–modello. La preoccupazione è condivisa anche da Refik Aslan, l’unico produttore di nocciole biologiche del dipartimento di Giresun. “Anche se non producono biologico, gli agricoltori usano tecniche naturali, con pochi pesticidi – dice Refik Aslan –. Ma Ferrero vuole produrre molto e in fretta, usando pesticidi e fertilizzanti chimici. È un male per i nostri terreni”. Un attore locale, vicino a Ferrero, ritiene che i buoni samaritani del gruppo italiano abbiano altri scopi: “Con i suoi agronomi, Ferrero stabilisce la produzione futura di ogni piantagione. I dati raccolti vengono analizzati in relazione a quelli delle 17 stazioni meteorologiche dell’azienda in Turchia”, ha affermato la fonte, che preferisce restare anonima. “È un’informazione preziosa”. La fonte teme anche per gli esportatori turchi, il cui numero si è dimezzato negli ultimi 20 anni. “Ferrero acquista le nocciole per sé, ma una parte la rivende a grandi aziende europee, come Nestlé – confida –. Così può eliminare i concorrenti turchi, bisognosi di prestiti bancari”. Abdullah Aysu, presidente del Ciftçi–Sen, è d’accordo. “Data la frammentazione dei terreni e la miriade di proprietari, Ferrero non può comprare i frutteti. Ma può prenderne il controllo, diventando l’unico acquirente”, dice il sindacalista. Secondo lui, solo con la cooperativa di produttori si eviterebbe il monopolio.