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Ultimo aggiornamento il 13/12/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

In questi ultimi giorni si fanno tante chiacchiere, spesso inutili, sulla morte del giornalismo, fake news, crisi dei quotidiani e via cianciando. Due parole, però, su Radio Radicale vanno spese. Una voce libera che per anni ha permesso agli italiani di crescere rischia di chiudere per il taglio dei fondi deciso da questo governo di arlecchini.

Molti hanno la memoria corta, io no. Se in questo paese oggi sono garantiti fondamentali diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza e tanto altro ancora) lo dobbiamo alle battaglie radicali che, pur con tutti i loro errori, hanno fatto diventare questo paese un posto migliore.

Se questo penoso "Family day" fa ridere i polli è perché, nel corso degli anni, certe conquiste sono diventate da battaglie di una minoranza patrimonio comune, terreno di incontro e scontro. Un terreno sempre laico, però, mai fascista e fazioso. Apprendiamo che il nostro brillante ministro del Lavoro che non ha mai lavorato, Luigi Di Maio, ha rifiutato di incontrare il cdr (sindacato interno) di Radio Radicale per trovare una soluzione condivisa che non costringa questo presidio di autentica democrazia a chiudere dal ventuno maggio prossimo.

Una cosa, però, agli amici e colleghi di Radio Radicale la voglio dire: ma cosa vi aspettavate da un movimento che da un lato, giustamente, chiede l'abolizione del finanziamento diretto ai giornali mentre, dall'altro, partecipa alla maxi lottizzazione della Rai? Con quale faccia uno come il sottosegretario Vito Crimi si presenta a parlare agli Stati generali dell'editoria? Si può discutere o meno sul fatto che lo Stato finanzi Radio Radicale. Quello che è inammissibile è subire da ciucci totali lezioni su come si fa giornalismo. No, questo almeno risparmiatecelo.