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Ultimo aggiornamento il 13/12/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

Marcello De Vito è il presidente del Consiglio comunale di Roma, militante del M5S, arrestato per corruzione. Il vicepremier Di Maio lo ha subito espulso. Mica si è posto il problema che il suo vecchio compagno potrebbe essere innocente. No, pugno duro, "noi non siamo come gli altri, i ladri li cacciamo". Insomma, il nostro ministro del Lavoro ha già emesso la sentenza solo che, come gli capita spesso, fa confusione.

In primo luogo, un problema etico imporrebbe a tutti i politici sospettati di avere commesso reati di dimettersi in attesa che si faccia chiarezza sulla loro posizione. All'estero accade, da noi no. Quindi i nostri politici si sono inventati la sospensione, l'autosospensione, il garantismo peloso e tante altre amenità. Chiariamo subito un punto: non ci scandalizza l'arresto di De Vito. Quando un piccolo movimento di opposizione diventa governo il rischio di imbarcare qualche delinquente c'è sempre, anche se deve essere la magistratura a decidere.

Quello che nel caso del M5S lascia perplessi è altro. Dovrebbero spiegare, per esempio, come mai hanno evitato a Salvini il processo per il caso "Diciotti". E Marco Travaglio ha perfettamente ragione quando si chiede quali siano i criteri con cui viene selezionata la classe dirigente del movimento.

Da questo punto di vista, che è politico e non giudiziario, paradossalmente è molto più grave avere ministri come  Bonafede o Toninelli che non l'arresto a Roma. La mela marcia capita, ma se non sai scegliere chi deve guidare dicasteri chiave significa che non solo stai sbagliando, ma lo fai in malafede. E, alla fine, non è casuale il crollo nei sondaggi del M5S che è stato quasi raggiunto dagli zombie del Pd che si sono limitati a eleggere un segretario che ha subito imbarcato gli ex renziani. Alla faccia del nuovo che avanza.