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Ultimo aggiornamento il 16/07/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

C’era, Tonino, da qualche parte, nell’incrocio delle palazzine di via Zito a Pagani, dove i suoi assassini gli spararono nell’agosto del 1978. C’era, la notte dell'otto marzo e all'alba del dieci, mentre le strade deserte diventavano la scena di un film costruito per raccontare la sua vita, tra i palazzi rimasti uguali, nel silenzio del quartiere, così simile al silenzio registrato per tutti questi anni, su responsabili, mandanti e complici.

 

Durante le riprese del cortometraggio che porta il suo nome, dai balconi, dalle panchine della piazzetta che risale via Pittoni, dalle finestre, Tonino c’era. E  ci guardava, mentre parlavano di lui le cose e i luoghi, le luci delle case, gli occhi delle persone. Le stesse che arrivavano, poco per volta, ad osservare. A dire qualcosa. E Tonino, a pochi metri da quel posto dove fu ucciso, a ventisette anni, era di nuovo qui.   

 

«Io l’ho portato in ospedale, quella notte- ha detto un uomo- mi ricordo come fosse ora, non ci posso pensare».  Un altro piangeva, e non riusciva a smettere, perché «Quando morì diedero addirittura la colpa alla famiglia, misero in giro delle voci brutte, delle falsità, delle pazzie». «Me lo porto dietro il suo ricordo- dice una sua collega e amica- è come se fosse una colpa. Una colpa anche mia». «Ora sta bene- ha detto una signora- me lo sono sognato, che stava con mio padre in paradiso, e cucinava per tutti»

 

Antonio Esposito Ferraioli era cuoco alla Fatme, dove cucinava per centinaia di operai e faceva  delegato sindacale della Cgil. Giravo in macchina tra amici e scampagnate. Si doveva sposare. In quegli anni a Pagani si sparava. Bande di malviventi facevano quello che volevano. La camorra, disorganizzata e sparpagliata, aveva i suoi capi. Più guappi che boss. In fabbrica a volte capitava del cibo avariato. Come quando arrivò della carne coi vermi. Tonino rifiutò di prepararla. Quella storia arrivò alla Cgil, insieme alla questione delle paghe in nero, dei giorni di lavoro, delle spettanze. Dei padroni che non rispettavano nessuno..  

 

«Quando cucinava i padroni volevano farlo scemo, lo portavano a fare la spesa con loro. Io lavoravo con lui tutti i giorni, in cucina, e quando c’erano le cose storte in fabbrica, lui diceva di lavorare e di non abbattersi. Diceva di sorridere, così non la davamo vinta ai padroni, a questi qua»

 

E forse sorrideva, Tonino, la notte del 30 agosto 1978, poco prima della sua stessa morte, e anche dopo il colpo di lupara che lo uccise. Anche quando era riverso nel suo sangue, per terra e poi nell'ultima corsa, in ospedale, quando disse le sue ultime parole, ad un amico ed al fratello Mario. 

 

«Non ho visto nessuno. Non ho fatto niente. Mi manca l’aria».

 

 

 

 

 

Alfonso Tramontano Guerritore