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Ultimo aggiornamento il 16/07/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

Pubblichiamo un bellissimo reportage di Enrico Fierro, comparso alcuni giorni fa su "il Fatto quotidiano", sull'inizio dell'abbattimento delle Vele a Scampia. Ringraziamo Enrico per la sua cortesia.

"All’uscita della metro se alzi gli occhi vedi il volto con le guance scavate di Pasolini occupare la facciata di un intero palazzo. E basta girare lo sguardo per incontrare il viso di Angela Davis. Welcome to Scampia, dove il poeta visionario che aveva previsto l’inferno metropolitano di questi nostri decenni feroci, e l’attivista americana che lottava per i diritti dei neri americani, si guardano. Ti guardano. Hanno i visi segnati dall’human tribe, la firma dello street artist Jorit. Angela e Pier Paolo, i neri del Bronx e i ragazzi di vita, i guaglioni di Gomorra e la voglia degli “altri” di strappare alla vita anni migliori. Fuori dall’inferno delle Vele. Da quelle case dove l’umidità spezza le ossa e l’amianto avvelena i polmoni. Dove il destino di chi nasce è scritto sul libro nero della “mala vita”. Boss, se tien ‘e pall, “palo” se sei strunz, “spacciatore” al minuto, se sai dominare la strada. Via per sempre da quei palazzi grigi di aria malata dove anche un raggio di sole è un privilegio. Figli di una utopia urbanistica mai realizzata. Sconfitta dalle emergenze infinite di Napoli e del suo sconfinato hinterland. Piegata da una politica strafottente del destino degli ultimi e incapace di progettare qualsiasi futuro. Vinta dallo strapotere della camorra.

 

I colori del getto dipinti nel grigio

Le Vele, quarantennale e tragica icona di Napoli, stanno per sparire per sempre dal panorama vesuviano e dal pigro immaginario collettivo nazionale. Le ultime tre saranno abbattute. Prima la Vela “Verde”, poi la “Rossa”, infine la “Gialla”. Ne resterà in piedi una sola, “La Celeste”. Sarà riqualificata e diventerà sede degli uffici della “Città metropolitana”, luogo di socialità. Il simbolo di quell’ultima vela che non ha mai visto il mare, resterà. Forse come un monito. Tutto è pronto per l’abbattimento della “Vela Verde”, ma nessuno si sbilancia a indicare una data precisa. Motivi scaramantici. “Entro i primi di febbraio – ha messo nero su bianco il sindaco Luigi de Magistris all’inizio dell’anno – tutti i nuclei assegnatari si trasferiranno materialmente nei nuovi alloggi, il giorno dopo si cantierizza e da quello ci vorranno una trentina di giorni per l’abbattimento”. È il primo, importante passo di un progetto più ampio. “C’è già l’impresa che dovrà fare i lavori di abbattimento”, ci dice l’assessore ai Beni comuni e all’Urbanistica, Carmine Piscopo, architetto e professore associato alla Facoltà di architettura della Federico II. “Qui stiamo parlando di un processo complesso, di un piano più vasto di riqualificazione e ridisegno urbano. In quei palazzoni c’è gente che ci vive, la soluzione è stata costruita con loro, in decine di assemblee spesso tese e in un clima non facile, dove la rabbia poteva prendere il sopravvento. Ma dietro la rabbia, vi è sempre una sofferenza e l’architettura tutta, se vuole, sa bene che anche di ciò è fatta quella che Aldo Rossi definiva la ‘sua sottoveste umile e sacrale’”.

“Re-start Scampia” è il nome del progetto già finanziato con 9 milioni di euro nell’ambito del Pon Metro, cui si aggiungono altre risorse economiche del Patto con la Città (30 milioni di euro) sottoscritto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016, più l’ulteriore finanziamento già previsto dal governo per la Città Metropolitana (30 milioni di euro) e un impegno di risorse proprie programmate di altri 20. I soldi ci sono. Le idee anche. “Le Vele – ci dice l’assessore Piscopo – vanno inquadrate nel nuovo disegno della città metropolitana. Una realtà che è altro dall’appendice periferica di Napoli, una città che si estende da Napoli a Caserta. Dobbiamo superare le barriere anche rimodulando l’edificio della Stazione della Metropolitana, che ha drammaticamente separato il quartiere di Scampia dal resto”. Insomma, a conti fatti, entro marzo la Vela Verde cadrà. Molte famiglie hanno già avuto l’assegnazione dei nuovi alloggi. Dove arriva il sole. “E le pareti sono asciutte”, dice la signora Filomena, trent’anni nell’inferno, toccandole. Vincenzo Liparulo, altro assegnatario: “Dopo una ventina di anni passati a farmi nove piani a piedi, ora sono al secondo e c’è pure l’ascensore. Dobbiamo dire grazie a chi ha lottato in questi anni, soprattutto ad un grande personaggio come Vittorio Passeggio”.

 

Altro che like, volantini e “mazzate”

Vittorio a Scampia lo conoscono tutti. Ha lottato per quarant’anni, spesso da solo, per portare all’attenzione della politica il dramma delle Vele. È invecchiato e si è ammalato perché la gente potesse vivere dignitosamente. Non c’erano post e like, ma volantini, assemblee, manifestazioni e “mazzate”. Minacce. La sua storia è raccontata in un bel film di Michelangelo Severgnini, “L’uomo col megafono”. “Vittorio, il Comitato Vele, la gente del quartiere, sono loro, insieme alle istituzioni e al Comune di Napoli, i protagonisti della rinascita”. Monica Buonanno, assessore al Lavoro e al diritto all’abitare, punta sull’aspetto sociale. “Le Vele, Scampia, sono il frutto di scelte urbanistiche fatte sulla testa della gente. Noi abbiamo scelto una strada diversa. In un contesto sociale difficilissimo abbiamo concordato con le persone in carne ed ossa i metodi dell’assegnazione degli alloggi, insieme abbiamo stabilito le priorità e fatto scelte. La gente per accedere ai nuovi alloggi ha dovuto regolarizzare tutte le pendenze arretrate, pagamento utenze, affitti. Si sono messi in regola, molti indebitandosi e tanti non avevano l’accesso al credito regolare. Basta questo per smontare tanti luoghi comuni sui napoletani, e soprattutto su quelli che vivono in questa realtà”.

Scampia è un quartiere con una altissima percentuale di giovani e un altrettanto alto tasso di evasione scolastica. “Lavoro, lavoro e scuole, questo il nostro futuro. Per le case abbiamo combattuto per anni e alla fine abbiamo vinto”. Omero Benfenati ha raccolto l’eredità di Vittorio Passeggio alla guida del Comitato Vele. “Siamo stati carne da macello rinchiusa in carceri speciali. Dove il diritto all’infanzia era negato, il diritto alla salute era una utopia, dove i topi si mangiavano i fili dell’elettricità e saltava tutto, luce e riscaldamento. Eravamo gli abusivi della vita, quelli di Gomorra, abbiamo dimostrato che la lotta e la dignità possono vincere”.

Le Vele cadranno e con loro l’utopia. “L’illusione di quello che a lungo abbiamo chiamato moderno”, è l’amaro commento dell’assessore urbanista Piscopo. Anni Sessanta del secolo passato, grandi progetti di edilizia economica e popolare, all’architetto Franz Di Salvo viene affidato il progetto delle Vele. Sette edifici disegnati sul modello delle Unites d’habitation di Le Corbusier. Palazzi alti, il vicolo e le sue relazioni sociali riprodotto ma in altezza. Ogni Vela legata all’altra da “pianerottoli di collegamento” lunghi 10,8 metri. Dovevano servire alla socialità e permettere al sole e all’aria di entrare. Ma il progetto fu subito stravolto in fase di realizzazione, la distanza dei pianerottoli ridotta a poco più di 8 metri. Roba da togliere il fiato. Al punto che lo stesso progettista non si riconobbe più nell’opera. A completare la tragedia, il terremoto del 1980 e il bradisismo di Pozzuoli. Dai quartieri devastati della città (Sanità, Cavalleggeri, Poggioreale, le baraccopoli di San Giovanni a Teduccio), si riversarono migliaia di senzatetto. Le Vele, non ancora completate furono occupate, le cantine trasformate in appartamenti con allacci abusivi e pericolosi. Intorno un quartiere enorme (Scampia è la quarta “città” della Campania) per anni senza alcun tipo di servizio. Un humus sociale che ha ingrassato una camorra feroce e arricchita dal traffico della droga, protagonista di una guerra arrivata fino agli albori degli anni Duemila con centinaia di morti.

Ma Scampia e le Vele sono state e sono anche il luogo raccontato da libri, cinema e tv. Non solo Gomorra, film e serie. “Credo – ha scritto tempo fa l’attore e poeta Peppe Lanzetta – che il nuovo cinema napoletano sia cominciato con la passeggiata spavalda di Marina Suma tra le Vele”. È la scena più bella de “Le occasioni di Rosa”, un film del 1981 di Salvatore Piscicelli. E poi la pittura e la grafica di Felice Pignataro, fondatore del Gridas. La musica. Enzo Avitabile, James Senese. I nuovi gruppi che parlano della Scampia degli “altri”, come i Fussera, che con Raiz cantano Surdat ra strad, un inno alla gente normale. Gli A67 e Daniele Sanzone. …Nunn’è nu film. È a storia mia. So nato dinto a 167…sul comme a nu can. E senza na bucchin e lira. È napoletano stretto ma si capisce: Scampia non vuole essere più un film".