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Ultimo aggiornamento il 25/04/2019

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Un'idea di Carlo Meoli

Non è possibile fare una recensione, nel senso comune del termine, di un libro come quello di Enrico Fierro ("La Genovese. Una storia d'amore e di rabbia", ed. Aliberti). Non è possibile perché dietro questo splendido romanzo c'è la vicenda umana e professionale di quello che, a mio avviso, è uno dei più grandi giornalisti italiani.

Fierro è stato per anni inviato speciale dell'Unità. Ha raccontato, tra l'altro, le storie del terremoto e lo scandalo della ricostruzione. Oggi collabora con il Fatto e, ogni tanto, regala ai lettori reportage straordinari (andrebbe letto, per esempio, quello su Desirée e Cisterna di Latina). Fierro spiega come i giornalisti di oggi dovrebbero recuperare la "raggia", la rabbia, che non è quel semplice indignarsi a comando, ma la forza di tornare a raccontare le storie, andare sui posti, ascoltare la gente.

E' la storia di un mestiere che non esiste più. Solo la "raggia" ti consente di raccontare un mondo di cui nessuno parla semplicemente perché è faticoso farlo. Molto meglio la scrivania e un comodo terminale, magari condito da frequenti passaggi sui social. Il fatto professionale, se vissuto in questo modo, si intreccia inevitabilmente con la vita privata. Non potrebbe essere diversamente.

Frank, il protagonista del romanzo, non è un eroe, ma alla fine lo diventa solo perché ha fatto il suo lavoro con scrupolo, senza vendersi, rispettando principali morali e politici. Insomma, una vicenda dedicata "a chi è rimasto indietro perché era più avanti degli altri". In tutta questa storia la preparazione della Genovese, che chiude il romanzo, è un modo per recuperare radici e tradizioni. Una maniera per non dimenticare mai da dove si viene. Una maniera per difendere le scelte di una vita anche se è stata una "chiavica". Un romanzo che andrebbe fatto leggere a tutti quelli che vogliono fare sul serio questo mestiere o, magari, ritornare a farlo.