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Ultimo aggiornamento il 14/04/2024

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Un'idea di Carlo Meoli

Ciascuno dei tre partiti-cardine della coalizione di governo sta ottenendo, al momento, l’obiettivo politico perseguito in virtù del patto fondativo della coalizione stessa. Fratelli d’Italia ha trovato la convergenza delle forze di governo sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio. La Lega ha ricevuto sostegno sul proprio progetto che introduce la cosiddetta “autonomia differenziata”. Forza Italia ha ricevuto integrale appoggio per i propri interventi mirati a correzioni specifiche del “sistema giustizia”. Non di meno, la forza attrattiva delle coalizioni cresce o scema a seconda delle particolari urgenze dei singoli partiti. Allo stesso modo la difesa strenua del proprio splendido isolamento si riduce quando il bisogno tattico lo impone. Molti ricorderanno come il primo governo Conte abbia visto la partnership tra Lega e Cinque Stelle con l’astensione di Fratelli d’ Italia e l’opposizione di Forza Italia, Pd e partiti di minore consistenza numerica.

Il Movimento Cinque Stelle aveva rivendicato nella campagna elettorale per le politiche del 2018 la propria indisponibilità a qualunque compromesso con altri partiti. Nel contempo la coalizione di centro – destra declinava (sempre in campagna elettorale) la propria assoluta coesione, tanto da censurare aspramente chiunque avesse espresso qualche riserva. Il primo governo Conte fu, dunque, la prima burla per quanti si erano nutriti degli slogan intonati in campagna elettorale. D’altra parte, il Pd aveva a lungo brandito la propria resistenza a rapporti di governo con il Movimento Cinque Stelle, salvo poi tornare sui suoi passi, favorendo, con i buoni auspici di Matteo Renzi e la sua Italia Viva, la nascita del secondo governo Conte, contro cui il centro destra ritrovava l’unità in precedenza perduta, schierandosi tutto all’opposizione.

Anche il secondo governo Conte, perciò, poteva dirsi uno sberleffo agli elettori chiamati alle urne alle politiche del 2018. Un nuovo rimescolamento veniva proposto dalla nascita del governo Draghi della cui maggioranza hanno fatto parte tutti tranne Fratelli d’Italia. Non di meno, si è tornati a parlare di coalizione di centro destra (con esito propizio) e di alleanza tra Pd e Cinque Stelle (senza fortuna) in occasione delle amministrative e in vista dell’impegnativa partita per il Quirinale (nella quale tutti i disegni tattici sono stati rovesciati). Appare chiaro, dunque, come il collante vero che attrae chi fatica comunque a stare insieme sia il sistema elettorale. Eleggere i sindaci (espressi, salvo che nei piccoli comuni, da un sistema ad elezione diretta con eventuale doppio turno con ballottaggio) ed il Presidente della Repubblica (espresso, con le maggioranze qualificate di cui all’art. 83, terzo comma della Costituzione, da un voto del Parlamento in seduta comune integrato da rappresentanti delle regioni) richiede intese ad ampio spettro e induce a vincere i propri particolarismi.

Questo spiega, d’altra parte, il ricorso ad efficacissimi volteggi tattici da parte di Matteo Renzi, che, per evitare l’irrilevanza, è aduso a sfruttare le altrui contraddizioni  per far franare vecchie convergenze o farne nascere di nuove. E’ l’utilizzo sapiente del proprio manipolo di parlamentari con cui i partiti piccoli hanno da sempre scandito la propria eterna lotta per la sopravvivenza, esposti come sono all’insaziabile cannibalismo delle grosse formazioni. Alle politiche del 2022 si è votato con un sistema elettorale vituperato da molti, ma sul quale non sembra si voglia intervenire. I seggi si sono ridotti rispetto al passato (per l’intervenuta modifica costituzionale)  sono stati espressi per poco meno di due terzi con il sistema proporzionale e per poco più di un terzo con il maggioritario. Fare coalizione ha contato direttamente solo per aggiudicarsi il terzo assegnato con il maggioritario. Vi sarebbe stato spazio per giocarsi una partita in campo aperto, correndo qualche rischio, ma sapendo che l’azzardo non sarebbe stato letale.

Mi chiedo, allora, ancora oggi, perché una visione angusta e richiusa nel proprio imperforabile ghetto abbia impedito alle diverse piccole formazioni gravitanti nella stessa area politica di proporre un’area di centro – centro, che non fosse cioè né di centro-destra, né di centro-sinistra. L’esperienza del governo Draghi aveva, d’altronde, reso esplicito come il Paese sia guidato molto meglio da chi cerca pacatamente la mediazione, evitando di furoreggiare con la radicalità. E’ parso persino più utile il ricorso a toni misurati nella comunicazione piuttosto che a slogan dalla propensione elettrizzante. Sarà opportuno riconsiderare i particolarismi che hanno precluso una proposta politica più ampia e convincente. Ciò anche in vista di possibili dissidenze all’interno della coalizione di governo che potrebbero ingrossare l’area centrista e renderla progressivamente perno del sistema.