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Ultimo aggiornamento il 21/01/2021

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Un'idea di Carlo Meoli

Una notte che c’era la festa della Madonna qualcuno mi raccontò di aver visto Franco Tiano. Era un forestiero, vestito di stracci, con l’aspetto di un povero o uno zingaro. Uno dei tanti che passano a trovare la Madonna e a vedere la festa a Pagani. Era in un cerchio di persone appena conosciute, teneva stretta in bocca una sigaretta e sorseggiava vino dal bicchiere di plastica. «E’ molto speciale Franco», mi disse. «Si è presentato, mi ha abbracciato. Mi ha portato a casa sua, ci stava gente da ogni parte. Abbiamo percorso un vicolo buio e siamo arrivati in una stanza vuota. Mi ha fatto sedere e mi ha raccomandato di tornare a trovarlo. E di mandargli dei regali, piccoli, ma sotto forma di pensieri. Che il ricordo e le preghiere per la madonna sono la stessa cosa». A quel punto gli ho domandato quand’era successo questo fatto. E lui mi ha risposto che lo aveva appena lasciato. «Ma chi? Franco?». «E’ lui che mi ha accompagnato qua». L’episodio mi ha tramortito, ma solo all’inizio. Perché era evidente che si trattasse di uno sbaglio o di un miracolo. In entrambi i casi, il forestiero conserverà i suoi occhi pieni di gioia, degni di una rivelazione di cui forse non è per niente consapevole. A patto che io non riveli il mistero.

Perché Franco Tiano è morto nel 2008, nel cuore della festa, ricoverato in ospedale, eppure da allora capita che qualcuno lo incontri, e addirittura gli parli. Come se quell'arcano personaggio ribattezzato “L’Africano”, memoria viva e cuore antico di questa città, ancora riesca a segnarla della sua presenza, ad incarnarsi nelle sue stradine, nei vicoli che disegnano rami fitti di vene e sangue, fino alla casa che lo accoglieva, in quel cortile divenuto punto d’incontro, Tosello e rifugio. Ogni anno, come per i santi, questa tradizione rivive negli occhi e nelle abitudini di chi conosceva Francesco Tiano. Ogni anno i ragazzi che hanno sentito la sua storia la seguono tornando alla loro radice, all’origine di un mondo che non esiste più, ma che ancora freme, sotto le croste già perdute del moderno. Le ore passano più veloci lungo i crocicchi di via Matteotti, su per la Via Nova e nei budelli oscuri che accolgono le persone, nel ventre di Casa e’l’aria e nel portone della Strettola. Sulla pancia di Casa Marrazzo, e giù fino in chiesa, dove alla fine della giornata, dopo un lungo viaggio per tutte le strade lontane e vicine di Pagani, la Madonna delle Galline rientra, circondata dal popolo e dai suoi bisogni inesauribili, devoti e disperati.

Franco Tiano rimbrottava sovente le cattive abitudini dei suoi stessi concittadini, rifuggiva i politicanti e le confusioni. Pur stanco e prostrato da una invisibile croce che la sua vita ha custodito ogni giorno, spronava chi lo conosceva e chi lo ascoltava, indicando una dimensione altra, un mondo sacro che lo rendeva onesto nelle sue raccomandazioni. Nei giorni di festa arrivava il momento che aspettava. «Chiaritevi di guerra e amatevi di pace - ripeteva - nella Tammorriata, davanti alla Madonna, si affrontano le cose». Ecco il mistero, il senso della sua vita consumata. Non c’è altro che un uomo del popolo, celebre cantore, musicante, artista totale, dissolto lungo tutti i suoi giorni, invocato alla prima settimana dopo la Pasqua, ammirato per la sua fede, e poi ogni volta relegato, dimenticato nei resti dell’anno. Come fa il sangue di San Gennaro, transustanziato alla massa dei napoletani, in modo più semplice ma altrettanto misterico Francesco Tiano vive, ancora, alle pareti dei palazzi vecchi, alle porte di legno, all’ingresso della chiesa madre. Vive, sotto i piedi di ognuno che lo segue, senza saperlo, osservato da una finestrina buia, accolto a suo nome o guardato in faccia, a scrutargli l’intenzione, prima di aprire ogni cosa e ogni casa.

Il forestiero continua a bere e guardarsi intorno. La poca luce rimanda le ombre che seguono la musica battente. Qualcuno si siede sui muriccioli del parcheggio. Qualcuno è stanco di ore e ore di cammino e cibo. La festa è il suo ritmo sempre uguale. Quella sera del 2008 la statua della Madonna si spezzò. E Franco morì. Da allora ho perduto qualcosa, come tutti i paganesi. Ma chi viene da lontano non ha dubbi. Vede quello che si mischia al paese. E’ quello che cerco. Per questo mi rivolgo al forestiero. «Dove lo hai lasciato, Franco?» «Mi ha portato qui e l’ho perso ». «Ti ha detto dove andava?»  

 

 

VULESSE ALLUCCA’ (Francesco TIano)

Vulesse alluccà,

vulesse chiagnere sul’pe’te fa capì

quanto bene te voglio

Pettè aggio lassat’l’amic’ e l’ammore,

pettè faccio ogne cosa

pure’è te vedè aller e felice

tutt’è pettè.

 

E tu?

E tu ‘ossaie e fai finta ‘e nù capì,

‘o vederme ‘e suffrì

t’assicura che te voglio sempe cchiù bene.

E’na croce c’aggio scuvat’,

me piaceva, m’è piaciuta

e m’a tengo.

 

Ma tu, ammore mio,

circ’e me sullevà,

pecchè a me me basta

‘na carezza, ‘nu sorriso,

‘na lacrima chiagnuta senz’affanno

e me faje fess.

 

Ma però basta che te sento e dì:

Franco Tià, l’Africà,

te voglio bbene.

 

 

 

(Questo racconto  di suggestione e fede nasce dai ricordi e dalle memorie preziose degli amici Gerardo Ferraioli e Santino Desiderio)