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Ultimo aggiornamento il 26/02/2021

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Un'idea di Carlo Meoli

«Hanno sparato a Tonino». Sono le undici e mezza della notte del trenta agosto 1978. La gente si accalca intorno al corpo di un ragazzo lungo Via Zito, nel quartiere Palazzine. Si chiama Antonio Esposito Ferraioli, fa il cuoco alla Fatme, fabbrica che dà lavoro a mezza Pagani. Gli hanno sparato sotto casa della ragazza, con un solo colpo di fucile a canne mozze. «Non aveva visto chi aveva sparato- racconta il fratello Mario- Disse soltanto che gli mancava l’aria. Furono le sue ultime parole». Tonino morì a ventisette anni. Aveva studiato all’alberghiero a Salerno per fare il cuoco. Nella fabbrica dove lavorava, la Fatme, c’era una cucina per gli operai, con una mensa per oltre seicento persone. Un giorno rifiutò di cucinare carne avariata. Poi si battè per i salari degli operai, nelle vesti di sindacalista. Infine, fu minacciato. Tutto questo si seppe soltanto molto dopo, faticosamente, mettendo insieme i pezzi di un omicidio circondato da indifferenza e omertà. L’omicidio allo stato è rimasto senza colpevoli, sulla base delle indicazioni fornite dal boss pentito Biagio Archetti. Con le assoluzioni degli imputati Giuseppe De Vivo, allora imprenditore del settore mensa, e Aldo Mancino, consigliere comunale. La vita di Tonino, raccontata dal fratello, era fatta da pochi amici, la fabbrica e la fidanzata. La sua storia è nota nei ricordi di chi c’era, raccontata attraverso il premio organizzato da Libera, alcune borse di studio per studenti, una gara culinaria e l’intitolazione alla sua memoria di strutture per i ragazzi. La verità su quel delitto è nota, al punto che passeggia per la città. Ancora oggi. «Ora a Pagani non c’è più lavoro. Le fabbriche sono chiuse. In quel 1978 ce n’erano tante che non le ricordo . spiega Mario Ferraioli-  Eravamo una terra ricca. Adesso c’è rimasta l’edilizia e il cemento».

Dopo 39 anni la Corte d’Appello di Salerno ha confermato per Tonino lo status di vittima innocente della camorra, rigettando il ricordo proposto dal Ministero dell’Interno contro la decisione del giudice di primo grado, sezione lavoro. L’iter giudiziario, sostenuto da un pool di avvocati composto dal professor Alfonso Vuolo, dall’avvocato lavorista Gerardo Ferraioli e dai penalisti Carlo De Martino e Monica Abagnara, ha dimostrato che quell’esecuzione maturò in un contesto camorrista, inquinato dai clan, negli anni della banda di Salvatore Serra, alias “Cartuccia”. La pronuncia dei Giudici di secondo grado conferma, se ce ne fosse bisogno, quanto fu evidente quella stessa notte. Sul luogo del delitto c'è una targa in memoria di Tonino. C'è anche una strada che porta il suo nome. Quella che portava alla fabbrica Fatme. Ma i numeri sono rimasti quelli della vecchia via Filettine.

 

«Ogni lavoratore deve avere gli stessi diritti»  Antonio Esposito Ferraioli