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Ultimo aggiornamento il 07/08/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Ha ragione papà, il governatore della Campania Vincenzo De Luca, che alla festa di partito a luglio disse: “Il Pd è un partito di pinguini, più perdi e più fai carriera”. Infatti il figlio Piero De Luca, uno che non ha mai vinto una elezione, sonoramente trombato nel 2018 nell’uninominale di Salerno (vinto dai 5S) e recuperato nel listino di Caserta, si appresta a ritornare trionfalmente in Parlamento. Attraverso la via più comoda: quella da capolista di Salerno. E per spalancargliela, ecco 600 amministratori dem salernitani che firmano un documento al commissario Pd campano Francesco Boccia col quale dipingono De Luca jr come uno statista, “protagonista di tutte le più importanti iniziative parlamentari per il superamento della pandemia, la ripresa economica, la gestione del conflitto in Ucraina, il riequilibrio delle risorse per il Mezzogiorno”.

Ma sarà vero? Il dubbio non è sulle qualità del rampollo 42enne, ma sulle firme. Nessun dubbio sulle più autorevoli, per carità: il vicepresidente regionale Fulvio Bonavitacola, il re delle fritture di pesce Franco Alfieri, eccetera. Politici che prosperano da una vita al fianco di De Luca (padre). Però una fonte ci spiffera: “In direzione il documento approvato era un altro. Quello è un elenco di nomi, non c’è la firma affianco: hanno preso l’elenco della dirigenza dem e l’hanno copiato”.

Le dissociazioni fioccano. C’è da saltare sulla sedia a leggere tra i nomi sul documento quello del dem di Scafati Michele Grimaldi, ex segretario dei Giovani democratici che nel 2009 fu minacciato da una quarantina di energumeni che per impedire di far celebrare il congresso regionale a Salerno, convocato dopo l’annullamento di quello vinto da una deluchiana, gli urlarono contro “qui comanda De Luca, andate via o vi uccidiamo di mazzate”.

“Attenzione massima alle istanze della società civile”. Chi lo disse? Enrico Letta in risposta alla lettera di un gruppo di intellettuali campani, tra i quali Isaia Sales, che denunciavano la deriva “familistica e amorale” di De Luca padre e sollecitavano lo stop alla sola idea di un terzo mandato. “Figuriamoci se si possono perdere i voti del satrapo campano – commentano ora i promotori della lettera – che dismette l’ascia di guerra e rinnova, alla bisogna, il patto con il Pd per sostenere il continuatore della dinastia”.

Va da sé che la manovra dei deluchiani condiziona le possibilità di un altro statista che solo in Campania vanta qualche voto: Luigi Di Maio. Diritto di tribuna nel Pd, sì, ma dove se non qui? Ieri Di Maio – che stasera doveva essere alla Festa dell’Unità a Reggio Emilia, ma non andrà – ha incontrato i suoi parlamentari, preoccupati che per salvare sé stesso il ministro si metta in lista coi dem: “Ci fidiamo di te”. Di Maio protesta con Letta (“C’è differenza tra chi è fuoriuscito dal M5S e ha votato la fiducia a Draghi e chi Draghi lo ha pugnalato”) ma ancora non decide: “Dove si posizionerà Di Maio si vedrà – taglia corto Bruno Tabacci – Stiamo discutendo”. In Campania però ci sono solo posti in piedi.