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Ultimo aggiornamento il 07/08/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Per il ministero della Salute dovranno sanare la fragilità della medicina territoriale venuta a galla, in modo dirompente e traumatico, con la pandemia. Ma per far funzionare le case di comunità e gli ospedali di comunità, l’agognata cerniera tra strutture ospedaliere e territorio che è il fulcro della riforma sanitaria voluta e approvata dal governo, senza il via libera della Conferenza delle Regioni, serve personale. Ed è qui, in questo nodo cruciale, che si annida il perché di quel no ripetuto con determinazione dalla Campania di Vincenzo De Luca che ha fatto franare tutto, portando il ministro della Salute Roberto Speranza ad agire d’imperio, con un decreto ministeriale che da tre giorni è legge.

Di case di comunità – che sono una evoluzione delle case della salute che il sistema sanitario ha iniziato a sperimentare a singhiozzo all’inizio degli anni Duemila – ne sono previste 1.350. Di ospedali di comunità, con una azione di filtro, per le degenze brevi, se ne dovranno contare 400. Tutto per una spesa di 3 miliardi di euro. Il resto della dote complessiva messa a disposizione con il Pnrr (in tutto 7 miliardi) sarà investita nelle Centrali operative, nelle cure domiciliari, nella telemedicina. Soldi che però servono per realizzare le strutture, non certo per il nuovo personale che dovrà essere reclutato per farle funzionare, sotto l’occhio vigile di Agenas.

E di personale – in un sistema sanitario che ne è già drammaticamente a corto – ne servirà tanto. Da un minimo di oltre 26.500 operatori, tra medici, infermieri, oss, a un massimo di 40mila. Peccato che sul mercato la disponibilità sia ridotta all’osso, dopo anni di errori nella determinazione dei fabbisogni formativi commessi da ministero, Regioni, Università (e ne sanno qualcosa i pronto soccorso, a secco, come sappiamo, di medici specializzati in medicina d’emergenza-urgenza). Poi c’è la questione delle risorse necessarie per assumerlo, quel personale, dato che i fondi del Pnrr non possono essere utilizzati per la spesa corrente. Il governo assicura che i soldi ci sono, tra il miliardo stanziato con la legge di bilancio dello scorso anno e i 480 milioni previsti dal decreto 40 del 2020 per l’assunzione di 9.600 infermieri di famiglia. Un finanziamento del tutto insufficiente, controbattono le Regioni, secondo le quali servirebbero almeno 2,5 miliardi per far viaggiare la riforma. Basterebbe questo a spiegare il braccio di ferro tra governo e Regioni. Ma c’è di più. Queste ultime chiedono anche che sia assicurata una adesione progressiva agli standard previsti. Perché molte partono da zero, dopo oltre un decennio di tentativi – quasi sempre infruttuosi – di collocare nelle case di comunità anche i medici di famiglia. Così oggi lo scenario è a macchia di leopardo. L’Emilia-Romagna dispone già di 124 Case della Salute, il Veneto ne conta 77, la Toscana 76, il Piemonte 71, la Sicilia 55, il Lazio 22. Non c’è nulla, invece, in regioni come la Lombardia, la Valle d’Aosta, il Friuli Venezia Giulia, l’Abruzzo, la Puglia e la Campania, oltre che nelle province autonome di Trento e di Bolzano.

Sulla carta le case di comunità dovranno garantire assistenza 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Assicurando sempre una presenza medica insieme a quella infermieristica. Ma non solo. Dovranno fornire anche il servizio di uno psicologo, di un logopedista, di un fisioterapista. E poi del dietologo, del tecnico della riabilitazione e quando necessario di un cardiologo e di uno pneumologo.

Piano ambizioso. E i temi sono anche stretti per questa riforma pensata per essere una risposta alla lezione impartita dal Covid, vale a dire una medicina territoriale che funziona come una trincea. Le case di comunità infatti – una ogni 40-50mila abitanti – dovranno essere realizzate entro il 2026. Obiettivo: eliminare gli accessi impropri agli ospedali, prendere in carico, in particolare i pazienti più anziani e le persone affette da patologie croniche. Ma serve il personale. Insomma: la storia si ripete.