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Ultimo aggiornamento il 23/05/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Storicamente ogni guerra comporta un esodo e le categorie più penalizzate sono donne e bambini. La conoscenza di tali "fughe" negli scorsi secoli spesso è sommaria, ma nell’era dei social pare di essere coinvolti anche a chilometri di distanza. Sfollati e profughi fanno le valigie e noi guardiamo, condividiamo , ci permettiamo di  commentare, accusiamo. Poi c’è chi decide di accogliere , anche se non tutti procedono secondo le più corrette modalità etiche. 

L’Unhcr stima che, al momento, siano oltre 4,5 milioni i rifugiati ucraini fuggiti dal paese di cui circa 100.000 sono arrivati in Italia. Nel 1951 i 144 stati contraenti la convenzione di Ginevra definiscono lo status di rifugiato ponendo come principio fondamentale quello del non-refoulement : nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate. Lo Stato che li accoglie, dunque, possiede obblighi legali affinché questi possano condurre e proseguire normalmente la loro vita. 

Più della metà degli attuali rifugiati sono donne e bambini e non tutti tra loro hanno davanti un futuro roseo. C’è chi sostiene che stiano scappando verso un futuro migliore rispetto all’oscuro presente , lontano da pericoli di guerra, ma i più attenti conoscitori della realtà sapranno che per molti di loro l’accoglienza alle frontiere con la Polonia presenta il pericolo dei trafficanti che esercitano il loro potere su soggetti disperati e impauriti , i quali una volta consegnato bonariamente il passaporto a un finto volontario  spariscono nel nulla e di loro ci restano foto, numeri di cellulare e messaggi mai letti di parenti che li aspettavano. Per ritrovare le donne vittime di tali violenze, ma anche bambini , sarebbe provvidenziale cercare nel business della prostituzione,  il più attivo al momento, come avvisano numerose associazioni che si occupano della questione, in quanto essi assumono una posizione di bersaglio perfetto da parte dei trafficanti che approfittano del clima di terrore e spaesamento.

Sima Sami Bahous, direttrice delle Nazioni Unite per le donne, parlando al Consiglio di Sicurezza conferma che una delle conseguenze più dirette ed esplicite verso il genere femminile , oltre alle tratte, sono stati gli stupri di guerra, resi noti recentemente anche dai fatti accaduti a Bucha, nel seminterrato di una casa a danno di donne ucraine.

Ad ulteriore testimonianza, Lyudmila Denisova, commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino , segnala che anche moltissimi bambini di età inferiore ai 10 anni sono stati trovati uccisi nella città di Irpin e presentano segni di stupro e torture. Le prove di tali orrori non mancano, numerose sono le denunce arrivate anche ad emittenti televisive giornali , canali social di donne che denunciano sevizie e sofferenze da parte dei soldati russi. 

A questo punto la domanda che dovrebbero porsi coloro i quali accolgono i rifugiati è se sono pronti ad assumersi tali responsabilità e se possono rispettare la norma dettata dalla Convenzione di Ginevra, vale a dire garantire ai fuggitivi un presente migliore di quello che potrebbero avere nel loro paese. Molteplici sono le attestazioni di donne che non hanno trovato la casa promessa, trovatesi loro malgrado nel vortice della tratta, dello sfruttamento in campo agricolo e aziendale. Domandarsi che fine ha fatto il concetto di solidarietà , nel senso più antico e umano del termine, comune a tutti gli uomini , fratelli per natura, soprattutto nel dolore è più che lecito in un momento storico come questo,  richiamando la filantropia greca e l’humanitas romana che non hanno nulla in comune con la moderna e capitalista  ipocrisia. 

E se solidarietà è troppo lontana ,  allora abbiamo preso troppo a modello Kafka nel romanzo “Il Castello” quando scrive:  “Lei non è del Castello, non è del paese, non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo è sempre tra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi…”. 

Giungono testimonianze di donne arrivate in provincia di Caserta e poi sparite dietro banconi di squallidi bar costrette a compiere azioni che non sono così distanti dalle indegne storie che ci raccontano dalle città ucraine , lasciando i figli da soli in centri di accoglienza, non riuscendo quasi più a vederli . Una mancanza totale di rispetto verso un dolore incomprensibile a noi che come direbbe Levi “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case”. Sono anche queste le notizie dovrebbero far riflettere, che dovrebbero essere discusse, criticate, condannate. Non sono ancora abbastanza prese in considerazione tali  denunce, che nonostante arrivino  sono spesso inosservate dalle grandi emittenti televisive, (decisamente troppo ottimiste) che, pur avendo un vasto potere divulgativo che consentirebbe un ‘allerta sulla situazione,  sono ancora troppo concentrate nel voler dar credito alle locali ed ottimiste comunicazioni di comodo.