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Ultimo aggiornamento il 15/12/2021

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Gli Stati Uniti e la “Great Resignation”

Negli Stati Uniti hanno già coniato un nuovo termine: la chiamano “Great Resignation”. Si riferiscono all’ondata di dimissioni dal lavoro che si verifica nel paese. Sui giornali si leggono infatti storie di dipendenti del settore dei servizi e della conoscenza, ben retribuiti ma in burn-out: già prima della pandemia lavoravano molte ore, guadagnavano bene, ma erano esausti e, soprattutto, non vedevano opzioni facili per cambiare la loro situazione. Il Covid-19 ha funzionato come un grilletto. In altri casi, invece, ragionando da una prospettiva più economica, si ricorda che il numero di “job quitting” può essere visto come indicatore di un mercato del lavoro in salute. E addirittura anche come un fattore di miglioramento in un sistema economico, se la riallocazione che segue le dimissioni comporta un aumento di produttività. 

I numeri sull’Italia 

E in Italia? Vediamo qualche numero, attraverso le Note trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie pubblicate dal ministero del Lavoro. I dati più aggiornati disponibili si riferiscono al secondo trimestre del 2021 e contengono una novità interessante: un aumento considerevole del numero di contratti terminati a causa di dimissioni del dipendente. Fino a qualche settimana fa, quando gli ultimi dati disponibili erano quelli relativi al primo trimestre di quest’anno, la portata del fenomeno non era ancora chiara, dal momento che il periodo gennaio-marzo è stato in linea con gli anni precedenti. Come si può vedere nel primo grafico in figura 1, tra aprile e giugno, invece, si registrano 484mila dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila da parte di donne), su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. L’incremento nel numero di dimissioni rispetto al trimestre precedente è ben del 37 per cento. La crescita è addirittura dell’85 per cento se si fa il paragone con il secondo trimestre del 2020 e anche in un confronto con il 2019 il numero di dimissioni risulta più alto del 10 per cento. Ciò che sorprende è che l’aumento in termini assoluti avviene in un contesto in cui il numero totale di contratti cessati è ancora sotto i livelli pre-pandemici, dal momento che il mercato del lavoro non ha ancora ricominciato a correre come prima della crisi. Rispetto al totale delle cessazioni, questo vuol dire che il 18,7 per cento (circa uno ogni cinque) delle posizioni lavorative si sono chiuse con la dimissione del dipendente (22,7 per cento per gli uomini, 14,8 per cento per le donne), in aumento rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. L’aumento rimane anche considerando una misura leggermente diversa, chiamata “quit rate”, calcolata come il numero di dimissioni sul totale del numero di occupati in un certo periodo: come si vede nel terzo grafico, questo indicatore raggiunge il 2,12 per cento nel secondo trimestre 2021, un valore mai toccato negli anni precedenti, nettamente in rialzo rispetto all’1,59 per cento del trimestre precedente. Il numero è del tutto in linea con quanto rilevato dal Bureau of Labor Statistics negli Stati Uniti. 

Un fenomeno temporaneo o permanente?

Quali riflessioni possiamo trarre da questi dati per quanto riguarda il nostro paese? La prima è un invito alla cautela: è ancora presto per trarre conclusioni, dal momento che non sappiamo se l’aumento delle dimissioni risulterà un fenomeno temporaneo, circoscritto al secondo trimestre del 2021, oppure durerà più a lungo. Se l’aumento si dimostrasse soltanto temporaneo potrebbe essere interpretato come il frutto di un mercato del lavoro “congelato” per molti mesi, sia per motivi di andamento del ciclo economico sia per le politiche pubbliche adottate per fronteggiare la crisi (come la cassa integrazione Covid), e che affronta una fase di riassestamento nel momento in cui comincia lo “scongelamento”. Potrebbe trattarsi di dimissioni programmate, ma rimandate durante la pandemia. Potrebbe trattarsi di dimissioni forzate dai datori di lavoro di fronte a una contrazione dell’attività economica e di politiche quali il blocco dei licenziamenti. Oppure potrebbero essere le dimissioni di chi ha avuto una sorta di “epifania” durante la crisi riguardo la propria carriera e ora si dimette per cercare un lavoro più adatto, più rispondente alle nuove esigenze. 

Se invece il tasso di dimissioni dovesse rimanere su livelli alti per un tempo prolungato, ci troveremmo di fronte a un altro interessante fenomeno, una riallocazione della forza lavoro e allora occorrerebbe chiedersi: chi sono i lavoratori che si dimettono? Lavoratori impiegati in professioni manuali o in professioni intellettuali? E dopo le dimissioni, cosa accade loro? Trovano subito impiego, magari in un altro settore? La crisi da Covid-19 potrebbe infatti aver accelerato un fenomeno di ricollocamento della forza lavoro, creando le condizioni affinché i lavoratori scelgano di (o siano costretti a) migrare da settori in difficoltà (pensiamo per esempio alla ristorazione e al turismo) a settori in crescita (come quelli relativi alla salute e alle nuove tecnologie). In entrambi i casi, sia che si tratti di un fenomeno temporaneo o permanente, sarà poi necessario indagare le conseguenze delle dimissioni dei lavoratori: ancora non sappiamo infatti se chi lascia il suo posto di lavoro sale oppure scende la scala del mercato del lavoro. Le risposte a tutti questi interrogativi saranno importanti per capire quali politiche pubbliche scegliere per accompagnare e gestire i nuovi trend nel mercato del lavoro, per incrementare i livelli di produttività del nostro paese e garantire maggior benessere ai lavoratori.  

(Da Lavoce.info).