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Ultimo aggiornamento il 15/12/2021

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Un'idea di Carlo Meoli

Alla fine il dato sull'affluenza alle urne dovrebbe attestarsi intorno al sessanta per cento. Quattro italiani su dieci hanno preferito non votare. E si trattava di consultazioni amministrative, quelle dove il rapporto tra candidato ed elettore è molto diretto. 

Insomma, quel distacco del paese reale dai palazzi viene confermato in pieno ammesso che ce ne fosse bisogno. Un atteggiamento che denota sfiducia verso un sistema visto come immutabile indipendentemente da chi lo rappresenta come classe dirigente. I partiti, se fossero ancora tali, dovrebbero riflettere su questo. Tacciare di qualunquismo chi non va alle urne è comodo oltre che ingeneroso.

Ma c'è un altro aspetto della questione che non deve essere sottovalutato. La mancanza di speranza non è rappresentata solo dal non voto, ma anche da chi per anni ha pensato di partecipare in modo attivo alla vita politica e poi ha scacciato via questa idea come se fosse il peggiore dei mali. Significa che in questo Paese non è in ballo solo la fiducia degli italiani, ma anche la possibilità di creare un reale ricambio ai vertici.

Così viviamo in questa immutabilità. Ci pieghiamo al potente di turno quando serve una cortesia, non valutiamo il significato ideologico di certe scelte, perdiamo coraggio e, tranne qualche rara eccezione, non intraprendiamo quelle grandi battaglie civili che sono le sole a poter migliorare la qualità della vita. Permetteteci di dire che alla fine interessa poco chi vince o chi perde. In fondo un'altra occasione per cambiare è sfumata e il fallimento è di tutti, al di là di numeri e percentuali.