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Ultimo aggiornamento il 07/07/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Esisteva un sistema criminale, un clan camorristico che aveva come riferimento il boss Antonio Pignataro che ai domiciliari per ragioni di salute era ritenuto un capo, con interessi in più settori a Nocera Inferiore. Lo ha sostenuto la procura antimafia di Salerno, ricostruendo nella requisitoria del processo “Un’Altra storia“ il patto tra la cosca dell’ex affiliato alla Nco e alcuni soggetti inseriti nel tessuto politico, con epicentro nelle elezioni amministrative del 2017 e l’obiettivo di realizzare una casa famiglia.

Il pm della direzione distrettuale antimafia Guglielmo Valenti ha effettuato la sua requisitoria: le pene richieste ammontano a sedici anni di reclusione per Pignataro, sette anni per Carlo Bianco, ex consigliere comunale candidato e non eletto, sette anni per l’ex vicesindaco di Nocera Antonio Cesarano, dieci anni per Ciro Eboli, candidato e non eletto, vicinissimo al boss e tra i promotori del patto, dieci anni per “l’attacchino” impegnato nelle richieste per i manifesti elettorali, Luigi Sarno, otto anni per Guerino Prudente, otto anni per Domenico Orsini e Rosario Avallone, otto anni per Pasquale Avallone, tutti ritenuti parte del gruppo di Pignataro, con le contestuali richieste pena di un anno e sei mesi per Francesco Gambardella e Gerardo Villani, imputati di corruzione elettorale, e di un anno e otto mesi per la stessa accusa in qualità di beneficiario a carico dell’ex consigliere comunale Nicola Maisto.

Il pm ha chiesto l’assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico per Carlo Bianco, Carmine Afeltra e Antonio Cesarano, con l’assoluzione per Mirko Sileo, Rocco Sileo e Pio Sarno, con il non luogo a procedere per le posizioni di Mario Stanzione, candidato sindaco ascoltato a sommarie informazioni e inizialmente imputato per falso, e per il parroco don Alfonso Santoriello, chiamato a rispondere della stessa contestazione: per i due l’accusa ha ravvisato improcedibilità. Il pubblico ministero in aula ha articolato in oltre due ore e mezza l’intero impianto accusatorio che fotografa il periodo immediatamente prima e dopo lo svolgimento della competizione elettorale della tarda primavera del 2017, con una disamina dei ruoli, a partire dall’accordo Bianco-Eboli-Pignataro per la realizzazione al Rione Vescovado di una casa famiglia, smontando ogni ipotesi di beneficienza a partire dai curricula criminali di Pignataro, in particolare, con le intercettazioni e il controllo del territorio e quindi dei voti: di mezzo, con una intermediazione sussistente, secondo le contestazioni, c’è la posizione di Cesarano, con una riunione accertata e l’obiettivo dichiarato della struttura da realizzare, attraverso una delibera d’indirizzo per cui, dal suo ruolo interno di consigliere comunale, prima delle elezioni, si era impegnato proprio Carlo Bianco. Il progetto era sostenuto da personaggi che per l’accusa «non risultano mai essersi impegnati per il bene comune», smentendo le filantropie e le devozioni spiegate nei relativi interrogatori con una struttura verticistica capeggiata dal boss, in grado di «permeare settori nevralgici amministrativi e imprenditoriali del territorio, fino ad incidere sulle elezioni e sullo svolgimento del processo democratico: Nocera sa chi è Pignataro, e ciascuno dei sodali nel patto ha consapevolezza». Decisive sono le intercettazioni raccolte dai Ros. Il collegio presieduto dal giudice Franco Russo Guarro si pronuncerà dopo le arringhe previste in altre due udienze, con sentenza fissata al prossimo otto ottobre. Prima ancora ci sono due udienze per i difensori, fissate il prossimo ventiquattro settembre e primo ottobre: il collegio difensivo è composto tra gli altri dagli avvocati Gregorio Sorrento, Antonio Sarno, Bonaventura Carrara, Silvio Calabrese, Annalisa Califano.