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Ultimo aggiornamento il 07/08/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Il piano viene eseguito il 23 novembre 1993, guarda caso proprio il giorno in cui inizio a lavorare alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Sono passati dieci giorni dalla riunione di Misilmeri. È un martedì pomeriggio, giorno di maneggio. Giuseppe è nella sua stanzetta. Fa le prove con la tastiera a fiato che sta imparando a suonare nell'ora di musica, a scuola. La madre lo chiama: «È ora!». Il ragazzino lascia lo strumento sul letto e si prepara per la lezione di equitazione. Non gli fanno mancare proprio niente. Da quando suo padre, poi, è stato arrestato, la madre e il nonno lo riempiono di coccole e di attenzioni. È sempre un po' chiuso e taciturno, raramente sorride. Gli piace, però, andare a cavallo: è la sua passione. Gli hanno regalato un puledro, un bel sauro bruno che adesso è cresciuto e risponde a tutti i suoi comandi. Salta gli ostacoli come se avesse le ali.

Al galoppatoio lo conoscono tutti. Ha già vinto alcune gare e tantissimi premi: è il più piccolo ed è molto promettente. È la mascotte del maneggio di Villabate. Quel pomeriggio Giuseppe, anche se non ha ancora quattordici anni, esce di casa con il suo motorino e, finita la lezione, va a cambiarsi negli spogliatoi. Si è già tolto gli stivali, il caschetto e il completo da fantino. Si sta mettendo i pantaloni quando arrivano alcuni uomini armati. Hanno le pettorine con la scritta «polizia di Stato». «Sei tu il figlio di Di Matteo? Siamo della protezione e dobbiamo portarti da tuo padre.» «Me patri! Sangu' mio» urla il ragazzino emozionato all'idea di incontrare suo padre, il suo stesso sangue. Sa che suo padre da qualche giorno parla con la polizia: ha sentito i discorsi della madre con il nonno e non si stupisce che quegli uomini con le pistole lo portino via e lo facciano salire su una Fiat Croma con il lampeggiante.

I poliziotti del Servizio centrale di protezione sono in realtà sei uomini di Giuseppe Graviano, di Madre natura, come lo chiamano i suoi «adulatori»: Fifetto Cannella detto Castagna, Gaspare Spatuzza 'U tignusu, Luigi Giacalone Barbanera, Salvatore Grigoli Il cacciatore, Cosimo Lo Nigro Bingo e Francesco Giuliano Olivetti. Si sono tutti camuffati con barbe e parrucche finte e portano occhiali scuri. Giuseppe non conosce nessuno di loro a eccezione, forse, di Fifetto Cannella che è un frequentatore del maneggio e che, proprio per questa ragione, è rimasto in macchina. La precauzione del travestimento è comunque necessaria anche per gli altri, per non farsi riconoscere da addetti e clienti della scuola di equitazione che si trova nel «loro» territorio. E poi che figura avrebbero fatto quegli uomini d'onore se qualcuno della zona li avesse riconosciuti con i giubbotti e su una macchina da sbirri? I sei vanno a colpo sicuro. Non ci sono rischi. I gestori del maneggio sono, per loro, due persone affidabili: i fratelli Nicolò e Salvatore Vitale. Il primo morirà suicida qualche tempo dopo e il secondo è un uomo d'onore della famiglia della Roccella. Riuscirò poi a farlo condannare all'ergastolo per concorso nel sequestro.

Il ragazzino adesso è in mezzo a due di loro, sul sedile posteriore della Croma. Davanti, a fare da battistrada lungo la strada a scorrimento veloce per Agrigento, c'è un'anonima Fiat Uno con Barbanera e Bingo. Se c'è un posto di blocco daranno l'allarme alla macchina che li segue. E, per l'emergenza, hanno anche un kalashnikov, un Pocket coffee, come lo chiamavano sarcasticamente quei mafiosi che avevano difficoltà a pronunciarne il nome. Al fucile mitragliatore hanno anche fissato, con il nastro isolante, un secondo caricatore supplementare da quaranta colpi. Non si sa mai. Giuseppe è ansioso di vedere il padre. I finti poliziotti che sono con lui, per tenerlo tranquillo, gli parlano della decisione del genitore di collaborare con la giustizia, della bella scelta che ha fatto. E Giuseppe condivide: «Sì, ha fatto proprio bene il mio papà». Non ha capito ancora nulla; e nulla capirà ancora per qualche ora. Le due macchine escono al primo svincolo e, verso le sei di sera, giungono in un villino a Misilmeri dove li attende Salvatore Benigno, 'U picciriddu. Fanno entrare il ragazzino in una stanzetta e gli dicono di stare lì buono buono ad aspettare che lo portino dal padre. Deve stare calmo e non deve preoccuparsi per quei passamontagna che adesso indossano tutti: «È una precauzione per noi della protezione. Nessuno ci deve riconoscere».

 

Passano due ore e Giuseppe è sempre lì, chiuso in quella stanza. È solo un po' affamato ma è sereno e non vede l'ora di incontrare suo padre. Fuori Fifetto Cannella è impegnato al telefono. Qualcuno doveva venire a prendersi il ragazzino. Loro dovevano solo portarlo lì, a Misilmeri. Ma nessuno arriva. Adesso parla con il suo capo, con Giuseppe Graviano: «Dice iddu che non ne sapeva niente, che lo dovevamo tenere noi. Dice che iddu non è pronto. Ma non se lo doveva venire a pigliare? Che minchia me ne faccio io di 'sto coso?». «Tu portaglielo che se la fotte iddu!» ordina senza indugio Graviano. Iddu è Giovanni Brusca. Si trova a Lascari, un paesino a pochi chilometri da Cefalù arrampicato su un costone di roccia a forma di schiena d'asino. È ospite di Samuele Schittino, il locale capo della famiglia mafiosa.

Salvatore Benigno non ha difficoltà a reperire immediatamente un Fiorino Fiat rubato. Gli uomini d'onore di Misilmeri sono noti per la loro organizzazione: un mezzo anonimo e capiente a disposizione per ogni evenienza non manca mai. Fifetto Cannella fa salire Giuseppe sul furgoncino: «Vieni che andiamo da tuo padre». Nel cassone del Fiorino, con Giuseppe, entra solo Gaspare Spatuzza. Gli altri si tolgono il passamontagna e, tutti insieme, cominciano un nuovo viaggio. Il piccolo furgone, preceduto dalla Fiat Uno e seguito dalla Renault Clio di Benigno, imbocca l'autostrada per Catania, esce allo svincolo di Buonfornello e prende la Ss 113 in direzione Messina. Il convoglio si ferma subito dopo. Ai margini della carreggiata c'è una piccola Peugeot con due uomini a bordo. Fifetto Cannella scende dalla Uno e sale sull'utilitaria francese che, adesso, fa strada. Ancora qualche chilometro di statale, un paio di stradine secondarie e, quindi, trazzere sterrate e polverose fino a una casa di campagna con un capannone, un magazzino di fianco.

Solo la Peugeot si avvicina alla casa. Il resto della colonna si ferma a un centinaio di metri. Fifetto Cannella salta giù dall'auto e si accosta a un uomo che gli viene incontro: è Giovanni Brusca. I due parlottano per qualche istante e Fifetto torna indietro verso le altre macchine, verso il furgone con il ragazzino. Un passamontagna viene calato al rovescio sulla testa di Giuseppe con i buchi per gli occhi in corrispondenza della nuca. Due uomini lo fanno scendere con cura dal Fiorino e, tenendolo per mano, lo guidano fino al capannone. Lo fanno entrare e gli dicono di non togliersi il passamontagna e di aspettare; quindi tornano alle macchine. Solo a questo punto le due persone che erano a bordo della Peugeot escono dall'auto ed entrano nel magazzino. La commedia adesso è finita. I due, appena entrati, legano Giuseppe con le mani dietro la schiena e assicurano la corda a una rastrelliera fissata nel muro. «Tuo padre è un pezzu di crastu ed è per questo che sei qui» dice uno di loro. Giuseppe adesso capisce la verità e scoppia a piangere. Capisce di essere caduto in una trappola. Una trappola per topi.

Giuseppe non lo sa, ma i due che lo hanno legato sono uomini di Giovanni Brusca: Benedetto Capizzi, uomo d'onore latitante di Villagrazia di Palermo, e quel Michelino Traina, factotum del capomafia di San Giuseppe Jato. Nessuno dell'altro gruppo, tranne Fifetto Cannella, li ha visti in faccia. Nessuno deve poter riconoscere nessuno. Brusca e Cannella sono i due garanti dell'operazione. Uno per parte. Sarà Salvatore Grigoli, quando deciderà di collaborare con la giustizia, a raccontarmi nei dettagli le prime fasi del sequestro e la sua ricostruzione mi è sembrata sostanzialmente corretta e conforme a quanto avevamo già accertato.

Graviano ha dunque messo Brusca con le spalle al muro. Il capomafia latitante non è assolutamente pronto a gestire la custodia del piccolo Di Matteo. Non ha predisposto nulla, non ha un luogo dove tenerlo, non ha alcuno che possa fargli da vivandiere e da custode. Il boss di San Giuseppe Jato cercherà di giustificare la sua impreparazione sostenendo che, secondo gli accordi presi nel corso della riunione alla fabbrica di calce, Giuseppe Graviano doveva eseguire il sequestro e gestire tutta l'operazione. Gli uomini di Brancaccio avrebbero dovuto utilizzare per la custodia del ragazzino un bunker nella zona di Misilmeri che era stato preparato un anno prima per il sequestro a scopo di estorsione di Antonio Ardizzone, editore del «Giornale di Sicilia», progetto per fortuna mai portato a termine. Graviano, però, una volta eseguito materialmente il rapimento, si sarebbe reso conto di non essere in grado di custodire l'ostaggio e glielo aveva portato fino a Lascari.

BRUSCA CON LE “SPALLE AL MURO”

Non ho mai creduto a Brusca su questo punto. La sua versione del fatto era illogica e, oggettivamente, poco plausibile. Mi sono convinto che la verità fosse totalmente diversa: Giuseppe Graviano, quasi certamente d'intesa con Bagarella e Messina Denaro, voleva mettere il boss di San Giuseppe Jato di fronte al fatto compiuto per fargli, finalmente, assumere le sue responsabilità di fronte a tutta Cosa nostra.Non so se veramente Graviano, nella riunione di Misilmeri, si fosse preso l'onere del rapimento – cosa effettivamente probabile secondo le dinamiche mafiose, dato che il territorio dove eseguire il delitto era di sua competenza - o se dovesse, invece, provvedervi direttamente Brusca con i suoi uomini. Sono però sicuro che, in un caso o nell'altro, la custodia del ragazzino dovesse essere, fin dall'inizio, assicurata dal boss di San Giuseppe Jato. Com'era naturale e logico che fosse. Conseguentemente solo a Brusca spettava il compito di dare il via alle operazioni. Solo lui poteva dire a Graviano quando era pronto per ricevere il ragazzino. Ma Madre natura conosce bene «i suoi polli». Sa perfettamente che Brusca, per sua indole, è solito temporeggiare come ha già fatto quando si è trattato di ammazzare Di Maggio. Sa che Brusca, dopo la strage di Capaci, si è un po' defilato: più o meno volontariamente non ha partecipato alla strage di via d'Amelio e si è tenuto lontano da quelle del 1993 di Firenze, Roma e Milano. Giuseppe Graviano sa, soprattutto, che Brusca ha preso quella decisione suo malgrado, perché costretto dagli eventi e che, forse, non ne vuole proprio sapere di uccidere il piccolo Di Matteo, come, inevitabilmente, dovrà fare. Prima o poi.

Allora rompe gli indugi e manda i suoi uomini a rapire il ragazzino e, visto che Brusca non se lo viene a prendere, glielo fa consegnare a domicilio. Giovanni Brusca non può confermare quella verità, verità che emerge inequivocabilmente dalle dinamiche del rapimento. Nemmeno con noi, nemmeno da collaboratore di giustizia. Collaboratore sì, ma pur sempre mafioso e orgoglioso. Geneticamente, fino al midollo. Avrebbe fatto una figuraccia. Avrebbe dovuto ammettere di esser venuto meno ai suoi «doveri» di capomafia e, soprattutto, avrebbe dovuto riconoscere che «contava» meno di Giuseppe Graviano e che i suoi «colleghi» della Commissione di Cosa nostra lo consideravano un pusillanime, un irresponsabile, uno che lasciava prevalere sentimenti personali sull'interesse generale dell'associazione.

La prima notte, quella del 23 novembre, Giuseppe la passa in quel capannone a Lascari. Dopo un paio d'ore lo slegano e gli tolgono il passamontagna. Soltanto l'indomani, però, si ricordano che è un ragazzino e che deve mangiare, così gli procurano un paio di panini. Il posto, però, non è idoneo a tenere un ostaggio. Non c'è un bagno e le aperture del magazzino non danno sicurezza: bisogna sorvegliarlo quasi a vista. Anche in Cosa nostra, non si può chiedere a chiunque il favore di custodire una persona rapita. A dare una mano a Brusca ci pensa il dottor Antonio Di Caro, laureato in Agraria e capomafia di Canicattì, popolosa cittadina dell'Agrigentino, che si offre di occuparsi del piccolo Giuseppe. In quel momento Di Caro è molto amico di Giovanni. Lo sarà certamente molto meno qualche tempo dopo, quando il boss di San Giuseppe Jato lo attirerà in una trappola, lo farà strangolare e ne farà dissolvere il cadavere nell'acido. Nella vita, si sa, i rapporti personali si evolvono nel tempo! Due giorni dopo, l'agronomo di Canicattì va a prendersi Giuseppe. L'appuntamento è fissato allo svincolo di Ponte Cinque Archi, lungo l'autostrada Palermo-Catania. Lo scambio dell'ostaggio avviene tra uomini incappucciati che si tengono a distanza. La regola è sempre la stessa: nessuno deve conoscere nessuno. Il piccolo Giuseppe, legato e imbavagliato, viene messo nel cofano di una macchina e portato via.

Sarà custodito per otto o nove mesi dagli uomini d'onore della provincia di Agrigento che lo spostano da un covo a un altro. Mesi di celle umide, pareti scrostate, latrine improvvisate, giacigli sporchi e puzzolenti. Mesi di corde, catene, cappucci. Di giorno qualcuno, con il viso coperto dal passamontagna, gli porta da mangiare. Non lo tengono digiuno, ma gli danno sempre le stesse cose, pizza fredda e panini.

I CONTATTI CON IL NONNO PATERNO

Panini e pizza. Ogni tanto gli fanno una foto, un filmino o gli fanno scrivere sotto dettatura qualche biglietto. Fanno avere tutto a Giovanni Brusca: messaggi da mandare ai familiari. Fin dalle prime ore dal sequestro, infatti, Brusca si fa vivo con il nonno di Giuseppe, il padre di Santino. Il primo messaggio lo fa consegnare nella stessa nottata. Un biglietto sotto la porta di casa dei Di Matteo, ad Altofonte: «Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie. Non avvisare i carabinieri». Il 1° dicembre 1993, una settimana dopo, un altro avvertimento dello stesso tenore, sempre diretto al nonno: «Tappaci la bocca». Con il biglietto vengono anche recapitate due polaroid del ragazzino che tiene in mano un quotidiano del 29 novembre. E noi ancora non sappiamo niente; e niente sa ancora il padre di Giuseppe che continua regolarmente a raccontarci fatti di mafia nel corso di vari interrogatori. Però Santino è un po' preoccupato: sono giorni che non sente la voce del figlio al telefono e capisce che c'è qualcosa che non va. La moglie non gli vuole parlare. Si è dissociata pubblicamente dalla scelta di quell'infame di suo marito. Santino chiede aiuto alla Dia, che convoca la signora e la fa incontrare con lui. Messa alle strette, la donna confida a Santino la terribile verità e, quindi, non può far altro che sporgere la denuncia. Ma è già il 14 dicembre e sono passate tre settimane esatte dal sequestro.

I miei colleghi che, con Gian Carlo Caselli, seguono quelle prime indagini, non possono che partire dal maneggio, dai fratelli Vitale e dalle loro omissioni, reticenze e bugie. A cominciare dalla frottola raccontata alla madre del ragazzino cui avevano detto che, nel pomeriggio del 23 novembre, il figlio, dopo la cavalcata, si era allontanato con il suo motorino, motorino che, invece, qualcuno di loro si era occupato di portare via dal galoppatoio dopo il rapimento. Prima il gip e poi anche il Tribunale della libertà rigetteranno le richieste di arresto per i fratelli Nicolò e Salvatore Vitale. Solo la Cassazione accoglierà il ricorso della procura di Palermo e disporrà il carcere per Salvatore Vitale (il fratello si era nel frattempo tolto la vita). Questo accadrà però l'8 marzo 1996, due anni e quattro mesi dopo il sequestro e, soprattutto, due mesi dopo l'omicidio del piccolo Giuseppe. Tutti abbiamo capito che il rapimento è da ricondurre a Giovanni Brusca, ma più che intensificare le ricerche del latitante non possiamo fare.

(A cura dell'associazione Cosa Vostra).