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Ultimo aggiornamento il 26/09/2022

Saleincorpo

Un'idea di Carlo Meoli

Editoriali/636

E' deprimente. Un popolo che non legge, non studia, non ha cultura e parla di cose che non conosce ha fatto diventare Facebook una sorta di tribunale del popolo. Ho seguito la polemica, ridicola, seguita alle presunte affermazioni di un avvocato, ex assessore, che avrebbe dimostrato simpatia per il fascismo.

Da qui analisi (?), insulti, adesioni entusiastiche. Francamente è del tutto irrilevante che una persona che esiste solo perché c'è Facebook faccia delle affermazioni scriteriate. Non è questo il punto. Il problema è strutturale e molto più serio. Certi argomenti non possono essere trattati seriamente su un social. Vanno approfonditi, discussi, sviscerati in altre sedi. Ve li immaginate un De Felice o un Pavone (sono due tra i massimi storici del ventennio, ndr) mettersi dietro a una tastiera e litigare con persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sanno di cosa parlano e la cui ultima lettura supera di poco il sussidiario?

Facebook resta un colossale e, molto spesso, utile cazzeggio. Ma è pur sempre un cazzeggio. Inoltre è la fiera dei luoghi comuni. Pensate, solo per un attimo, all'immigrazione. "Portano delinquenza e vanno puniti", ha scritto qualche mente sopraffina. Scusatemi, ma chi ha mai detto il contrario? E poi, spesso, questi fenomeni della tastiera dimenticano che abbiamo esportato, giusto per fare un esempio, la mafia in America. Insomma, un puttanaio, spazzatura che viene fatta passare per verità. Navigando in questo mare di merda chi ha cose veramente interessanti da dire si tira, giustamente, fuori. E a noi, semplici fruitori del mezzo, restano solo questi inutili post, frutto di ignoranza e inciviltà.

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Chi voto, se voto? E, ancora, se voto, chi voto? Il quattro di marzo ci saranno le elezioni. Paginate e paginate vengono ogni giorno dedicate alle consultazioni. L’indifferenza è generale e palpabile. In Italia, da anni ormai, il primo partito è quello dell’astensione. Più che altro c’è notare che questo accade anche quando si va alle urne per le amministrative in passato, almeno in parte, risparmiate dal fenomeno.

Il ceto politico fa finta di non vedere. E cresce la distanza tra la rappresentanza e il paese reale. E’ triste. In Italia, e al Sud in particolare, si è fatta strada la convinzione che il voto non cambia nulla, tutto resta uguale e le differenze, che pure esistono, si annullano in una sorta di magma indistinto.

Nessuna speranza, slancio, utopia. I ricchi rimarranno ricchi, i disgraziati saran...

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Pasquale Aliberti (Foto di Luigi Pepe)

Dopo mesi di ricorsi e controricorsi la Cassazione ha deciso: l'ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, accusato di collusioni con la camorra, deve andare in carcere. Rigettata anche la richiesta degli avvocati che avevano ipotizzato la possibilità degli arresti domiciliari in Calabria, dove Aliberti ha la casa al mare. Niente da fare. Nonostante le dimissioni dall'incarico, un inesistente rischio di fuga, il commissariamento del Comune per infiltrazioni malavitose, le tonnellate di documenti sequestrati, il pentimento di alcuni boss che ha consentito lo smantellamento dei clan, quest'uomo sarebbe ancora pericoloso.

La sentenze si rispettano, ma si possono criticare. Crediamo che Aliberti poteva affrontare il processo da uomo libero. E solo la sede processuale potrà stabilire la sua innocenza o colpevolezza. La carcerazione preventiva è una ignominia, e questo riguarda tutti gli indagati, naturalmente. In questo caso, poi, è anche sostanzialmente inutile. E nessuno parli di "sistema Scafati". Questo termine, l'ultima volta, è stato usato per Pagani e sappiamo tutti come è andata a finire. Qualcuno, a Scafati, sostiene che si sapeva benissimo che la famiglia Ridosso aveva appoggiato Aliberti durante la campagna elettorale. E allora mi chiedo: se tutti conoscevano questa verità perché all'epoca nessuno ha parlato? 

Alla fine di questa storia rimangono solo l'uomo e la sua coscienza. L'ex sindaco di questa città martoriata dovrà rispondere prima di tutto a se stesso.

 

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Un bufalo maschio non serve a niente. Non fa latte e per questo gli allevatori lo sopprimono. Ma a volte capita che un esemplare sfugga al macello e incontri un uomo della strada. Insieme, i due si mettono in viaggio lungo le terre del casertano, come fosse un Averno o un Olimpo. L'animale, ribattezzato Sarchiapone, parla al suo nocchiero Pulcinella, maschera senza tempo che percorre il tempo dei vivi e dei morti. L'odissea tocca la Reggia di Carditello, custodita dal pastore Tommaso Cestrone: era lui il cuore del documentario, nato dalla sua storia, ma è morto durante la lavorazione.

 

Quest'opera del regista campano Pietro Marcello, uscita al cinema con modi carbonari nel 2015, non è un documentario. Non è un diario. Non è forse neanche un film. Parla la lingua della poesia, disancorata dalle parole e dai percorsi stradali. Incrocia viandanti e messaggeri, eremiti os...

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Il sindaco Canfora

I segnali c'erano tutti ed è stato sbagliato sottovalutarli. A Sarno, una delle città con la maggiore presenza straniera in tutto l'Agro, c'è un problema razziale. Nella città del sindaco Canfora, che è anche presidente della Provincia, si rischia uno scontro forte, duro. La comunità è formata soprattutto da nordafricani. Da anni le risse tra stranieri e quelle con gli italiani non si contano. 

Non è difficile imbattersi in scritte xenofobe o in deliranti esaltazioni dell'Isis. Il centro storico è invaso da stranieri, molti dei quali senza lavoro, che rappresentano un problema, soprattutto quando sono ubriachi. L'amministrazione, tra le altre cose, ha dovuto chiudere un circolo ricreativo dove i nordafricani si ritrovavano. In questi casi le responsabilità sono a vari livelli. Il problema, almeno in passato, era quantomeno attutito dalla presenza di organizzazioni di volontari...

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Massimo Fini

Che cosa è oggi il giornalismo? Quali sono meriti e degenerazioni del mestiere? Pubblichiamo un articolo illuminante di Massimo Fini apparso su "il Fatto".

"In un articolo pubblicato dal Corriere Caterina Malavenda, uno dei migliori avvocati per i reati di diffamazione a mezzo stampa, ha dichiarato che quello del giornalista è un mestiere “pericoloso”. E certamente lo è. Chi fa inchieste ma anche chi si limita agli editoriali è perennemente esposto al rischio di querele penali o alle ancora più insidiose azioni civili per il risarcimento dei danni, materiali e morali, alla persona che si ritiene offesa. Poiché la responsabilità penale è personale a risponderne direttamente è il giornalista. Ma il penale è quello che ci preoccupa di meno. Per noi sono molto più infide le azioni civili di danno. Nel penale se si accerta che il giornalista ha detto...

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