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Ultimo aggiornamento il 08/08/2020

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Un'idea di Carlo Meoli

Adelina Tirelli, una solida cultura classica, insegna Discipline motorie al liceo scientifico "Sensale" di Nocera Inferiore. Vive nel mondo della scuola che, purtroppo, è diventato, con il passare degli anni, un osservatorio privilegiato di fronte all'insorgere di fenomeni violenti che vedono, sempre più spesso, protagonisti i minori. Pubblichiamo il suo contributo che a noi sembra molto interessante su un problema che ci riguarda tutti da vicino. A seguire il testo.

 

La violenza, intesa come prevaricazione, è sempre esistita e non è certo frutto dei nostri tempi; ciò che invece sembra venire progressivamente meno è il fatto di considerarla come qualcosa di abietto e di moralmente riprovevole, assuefatti come siamo, a trasmissioni di cronaca nera servite a colazione, pranzo e cena.

Tra i fattori di rischio che la psicologia dello sviluppo individua come rilevanti nella genesi del bullismo e dei comportamenti violenti in generale, è possibile annoverare modelli educativi fondati sull’autoritarismo o sul lassismo piuttosto che sull’autorevolezza, un ambiente sociale che considera socialmente accettabile l’uso della forza fisica e legittima l’aggressività e la prevaricazione, un ambiente scolastico deresponsabilizzante o incapace di attuare efficaci azioni di contrasto.

Il fatto che il bullo abbia una rappresentazione mentale positiva della violenza e della prepotenza, è dovuto quindi oltre che a caratteristiche personologiche specifiche (impulsività, aggressività generalizzata, irrequietezza, scarsa empatia, assenza di rimorso, incapacità di sperimentare vissuti di colpa) anche a fattori di rischio sociale che contribuiscono in modo determinante ad amplificare questi fenomeni, in un ambiente culturale dove il disimpegno morale imperante, la diffusione di responsabilità, il narcisismo dilagante detengono lo scettro.

(Dis)educazione.

Negli ultimi anni, la famiglia si è scoperta vulnerabile, incapace di configurarsi come quel porto sicuro, autorevole e coerente, tanto indispensabile per il sano sviluppo evolutivo di un bambino. Si concede tutto ai figli sulla scia di un concetto distorto di buona genitorialità o per soffocare gli incombenti sensi di colpa, privandoli di fatto di un bene preziosissimo, la capacità di desiderare. Nello sviluppo psicologico di un bambino, la capacità di desiderare dovrebbe rivestire un ruolo da protagonista, invece la nostra società tende a soffocarla, anticipando il soddisfacimento di bisogni prima ancora che il bambino abbia il tempo di manifestarli.

Senza limiti, senza regole o negoziazione alcuna e, soprattutto, contaminando il sapore della conquista. Una società, quella attuale, che si dimostra sempre più incapace di veicolare l’importanza della passione e della disciplina, dei traguardi e della fatica per conseguirli; che delega l’educazione sentimentale ai reality o a trasmissioni monopolizzate da manichini parlanti seduti su improbabili troni; che lascia che l’interazione virtuale sostituisca con i suoi like quella reale, che invece necessita di impegno e riflessione. Quello del genitore, come scriveva Freud, è il mestiere più difficile; lo è ancora di più in tempi in cui le altre agenzie educative latitano, arroccate su un difensivo atteggiamento di delega teso ad arginare le difficoltà dovute alla carenza di risorse e di strumenti.

“Educare” significa etimologicamente “condurre fuori” e non “riempire contenitori vuoti con nozioni polverose, regole asettiche e valori astratti”. Ma per “tirare fuori” serve la giusta dose di coraggio per guardare dentro, guardare l’altro, guardarlo davvero, nella sua dimensione umana, fatta di sogni e potenzialità, di illusioni mescolate all’incoscienza dell’età e di progetti impastati con il timore della delusione. Educare richiede fatica, necessita di tempo e richiama alla responsabilità.

E allora è preferibile delegare affinché la colpa ricada su qualcun altro, oppure adottare un atteggiamento fondato sulla rinuncia pedagogica. Il clima culturale negli ultimi tempi ci restituisce uno scenario poco rassicurante che dovrebbe indurre tutti ad una meticolosa riflessione. Ogni giorno la realtà sociale racconta una società ripiegata su se stessa, che la politica contribuisce a rendere sempre più ignorante e incapace di autodeterminarsi; in cui lo spirito critico è poco apprezzato e l’iniziativa personale considerata un imperdonabile autogol. (lo so sono una palla, ma questi sono momenti di follia di una insegnante che ne vede di tutti i colori ma che sa bene che le sue sono so lo chiacchiere ,,,,inoltre ci tendo a dire, a chi leggerà [pochi] che queste sono considerazioni mie e non solo e so anche che mi prenderò qualche CHITA 😉....