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Ultimo aggiornamento il 28/11/2022

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Un'idea di Carlo Meoli

Leggere l'inchiesta del Fatto sulla mega truffa dei prepensionamenti al gruppo l'Espresso è stata una pugnalata. Per chi come me è stato sacrificato con la svendita della Città, scoprire che gli imbroglioni di allora sono in gran parte al loro posto ancora oggi nel gruppo Gedi è solo la conferma della esistenza di un potere editoriale che calpesta le vite e le coscienze. Chi ha vissuto con me la vicenda Città troverà nomi noti. Per gli altri vale l'amara considerazione che la nostra stampa è in gran parte marcia.

 

Le grane sono cominciate nel vecchio Gruppo L’Espresso. Ma dopo sono tutt’altro che finite. Non è un caso se la Procura di Roma, che indaga sulla presunta maxi-truffa da 22milioni di euro sui prepensionamenti truccati, ha indagato per responsabilità amministrativa Gedi, società nata nel 2017 dalla fusione con Itedi (La Stampa e Il Secolo XIX) e guidata oggi da John Elkann (non indagato). Nel nuovo gruppo, infatti, hanno ottenuto responsabilità apicali molti vecchi dirigenti indagati, in alcuni casi promossi. Fabiano Begal, ex responsabile dei giornali locali del Nordest, oggi è amministratore delegato di Gedi News Network, che controlla Repubblica e altri 11 quotidiani. Corrado Corradi, ex dg Espresso, è direttore generale della divisione Repubblica di Gnn. Roberto Moro, responsabile delle risorse umane dell’Espresso, ricopre lo stesso incarico in Gedi. Carlo Ottino, ex ad Elemedia, guida l’area radio tv (Radio Capital e Radio Deejay). Giulio Pozzetti è tutt’ora responsabile risorse umane della concessionaria pubblicitaria Manzoni. Altri due manager hanno lasciato Gedi per altre grandi aziende editoriali: Marco Moroni, ex ad di Gnn, è ad di Class (editore di Milano Finanza e Italia Oggi); Romeo Marrocchio è dirigente all’ufficio personale del Sole 24 Ore.

Nell’inchiesta emerge un retroscena curioso sull’addio della storica ad Monica Mondardini (indagata). “Pur non ricoprendo formalmente più alcuna carica operativa nel gruppo Gedi – scrive la Finanza – continua a interessarsi direttamente, anche tramite Roberto Moro, della riduzione del personale del gruppo. Il suo interessamento è così profondo che indica pure i nomi di persone da coinvolgere nelle uscite”. È il 28 agosto del 2018, da aprile al timone di Gedi c’è già Laura Cioli (non indagata): “Mondardini riferisce di aver sollecitato una terza persona (presumibilmente Laura Cioli, citata più volte nella telefonata) a trovare le soluzioni per ridurre il personale, anche quello relativo all’ex Itedi”, annotano i finanzieri. “Ho cercato di far leva sul suo orgoglio, – dice Mondardini a Moro – ho cercato di dire: scusa, forse ci sono tante aree che io ho guardato superficialmente negli anni, perché io dedicavo due giorni a settimana a questa azienda, tu sei lì cinque, magari ti vengono in mente delle cose che a me non venivano più (…) Gli ho detto: Itedi è tutta da guardare”.

È una stagione di tagli feroci nelle redazioni, svendita di testate e ammortizzatori sociali. Nel 2019 gli Elkann prendono il controllo della maggioranza del gruppo, a dicembre Cioli va via. Per 20 mesi di lavoro riceve una buonuscita da 1,8 milioni. “I risultati raggiunti dal management del gruppo Gedi sono stati possibili grazie al sacrificio dei dipendenti, giornalisti e poligrafici”, ricorda il Cdr di Repubblica. Una protesta simile a quella dei colleghi del Corriere della Sera: nel 2015, per 10 mesi da ad, Cioli aveva ottenuto un bonus da 3,75 milioni.

Il terremoto che scuote ora Gedi, sta rimettendo in discussione le fondamenta stessa dei tagli, operati con il ricorso a fondi pubblici per i prepensionamenti. Il pm Francesco Dall’Olio contesta la falsificazione di libretti lavoro e il falso demansionamento di dirigenti, retrocessi a quadri per agganciare gli scivoli. Tra i poligrafici prepensionati, molti avrebbero raggiunto l’anzianità richiesta certificando di aver lavorato in aziende in cui non hanno mai messo piede. All’insaputa degli uni (i poligrafici) e degli altri (le aziende indicate): “È stato il sindacato stesso, era una cosa che avevano fatto nel tempo, hai capito? (…) Se mi chiedono il nome non mi ricordo nemmeno a chi l’ho dati (…) è stata Alma a suggerirmelo…”, dicono nelle intercettazioni due prepensionati. “Embè – replica il secondo – in quel caso per il sindacato c’è proprio la truffa”.

A suffragio di questa tesi, gli investigatori fanno notare che alcuni dei lavoratori non ricordano più i nomi delle aziende per cui avrebbero lavorato: “Il problema è ricordarsi esattamente il nome dell’azienda… si fa un accesso agli atti, una visura all’Inps…”. Le società “fantasma”, del resto, disconoscono i nomi di lavoratori indicati all’Inps dal Gruppo Espresso: “Mai stati nostri dipendenti”. E in questo tutti contro tutti i sindacalisti puntano a scaricare l’azienda: “I dirigenti demansionati sono cazzi loro, non nostri”, dice l’ex sindacalista Maria Fidalma Mazzi. La quale spiega di aver “cercato Moro per fare fronte comune, non può fare il pesce in barile”. “Quelli – le risponde ridendo una ex collega – stanno già a Regina Coeli”.