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Ultimo aggiornamento il 15/12/2021

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Un'idea di Carlo Meoli

La partita della missione Salute del Piano nazionale di Ripresa e resilienza è iniziata. Il ministro Roberto Speranza ha inviato alle Regioni il decreto che stanzia in totale oltre 8 miliardi, dei quali 6,5 del Pnrr e 1,5 del fondo complementare. La prima tranche delle risorse previste fino al completamento del piano (nel 2026), che superano i 20 miliardi. E il primo step del programma per rafforzare il servizio sanitario dopo lo choc pandemico. Fase che scommette, prima di tutto, su una nuova medicina territoriale. E poi su digitalizzazione dei Pronto soccorso, nuove apparecchiature e tecnologie, innovazione. Le Regioni avranno tre mesi di tempo, fino al 28 febbraio, per presentare i loro piani operativi, che dovranno riguardare in primo luogo case di comunità e ospedali di comunità. Delle prime dovranno esserne realizzate 1.280, dei secondi 381.

Una novità? Non proprio. Le case di comunità sono un’evoluzione delle case della salute, istituite 14 anni fa, una grande occasione mancata per molte Regioni. L’ha messo impietosamente nero su bianco, alla fine del 2020, un dossier del Servizio studi di Montecitorio. Oggi se ne contano 493. Il 50% è concentrato in Emilia-Romagna e in Toscana, altre 71 sono in Piemonte, 77 in Veneto, 55 in Sicilia, 22 nel Lazio. In otto Regioni sono completamente assenti. Mancano in Lombardia, in Valle d’Aosta, in Abruzzo, nelle province autonome di Trento e Bolzano. Mancano anche in Friuli-Venezia Giulia, Puglia e Campania. Stessa storia per gli ospedali di comunità, previsti dal Patto per la salute 2014-2016. Ora ce ne sono 163, per un totale di 3.163 posti letto. Ma non sono mai stati realizzati in ben undici Regioni. Il Veneto è avanti (ne ha 69), 46 sono ancora una volta tra Emilia-Romagna e Toscana, 20 in Lombardia, 14 nelle Marche, 5 in Abruzzo e 5 in Piemonte. Per il resto, in pratica, è il deserto.

Le case di comunità sono concepite come strutture polivalenti in grado di erogare prestazioni sociosanitarie. All’interno devono esserci gli studi dei medici di medicina generale e gli ambulatori specialistici. E devono essere aperte sette giorni su sette, h24. Gli ospedali di comunità sono pensati come filtro tra ospedale e territorio. Brevi ricoveri e cure a bassa intensità. Rivolti, tanto per fare un esempio, ai pazienti cronici che dopo essere stati dimessi non possono ancora essere seguiti a domicilio. Le prime dovrebbero farsi carico – questo l’obiettivo – di 13 milioni di cronici. Entrambe le strutture, case di comunità e ospedali di comunità, sono a gestione prevalentemente infermieristica e dei medici di famiglia. Ed ecco il primo grande problema.

In Italia, secondo la Fnopi, la federazione degli Ordini infermieristici, mancano oggi qualcosa come 63 mila infermieri, tra ospedali e territorio. Una stima basata sui parametri internazionali: in pratica per stare al passo con Paesi come la Germania o la Francia dovremmo avere dagli undici ai tredici infermieri per mille abitanti, invece ne abbiamo 6,2. Agenas ha calcolato che ogni casa di comunità hub (una ogni 40-50 mila abitanti) dovrà avere in servizio almeno 8-12 infermieri. Siccome ne sono previste 1.350 – sulle oltre 1700 totali – ne serviranno 16.200. Per ogni ospedale di comunità hub (uno ogni 50 mila abitanti), invece, occorrono 9 infermieri e un coordinatore infermieristico. Tirando le somme, sono altri seimila. E in tutto siamo a 22.200. Che non ci sono e si aggiungono ai 63 mila. Perché, semplicemente, sul mercato non si trovano. Poi c’è la questione medici di famiglia. “Dovrebbero essere 46 mila almeno, sono 42 mila”, dice Claudio Cricelli, presidente della Società di medicina generale e delle cure primarie. All’appello ne mancano dunque 4 mila. “Tanti vanno in pensione e non vengono sostituiti dalle Regioni – prosegue Cricelli –, che preferiscono aumentare il numero di pazienti a carico dei medici attivi. Problema di lunga data. Purtroppo l’organizzazione sanitaria non riesce a programmare e rincorriamo sempre l’emergenza. Ma recuperare nell’immediato è impossibile: ci vogliono almeno tre anni di formazione post-laurea”.

Eccoci di fronte al principale scoglio: gli errori nella pianificazione dei fabbisogni formativi. Riguarda i medici. Riguarda gli infermieri. E per questi ultimi siamo davvero all’emergenza. Oggi in Italia se ne contano, dipendenti della sanità pubblica o privata, 391 mila, ai quali vanno aggiunti 45 mila liberi professionisti. “Mancano anche gli infermieri di famiglia, che dovrebbero essere 23 mila e sono poco più di tremila – spiegano dalla Fnopi –. Per la formazione, insieme al ministero della Salute e alle Regioni, abbiamo chiesto per l’anno accademico 2021-2022 23.498 posti e ne sono stati messi a bando solo 17.394: il Miur ci ha detto che non ci sono sufficienti strutture. Poi dobbiamo tenere conto dei ventimila infermieri all’estero. Se ne vanno perché vengono pagati il doppio o il triplo. In Italia lo stipendio lordo medio è di 33 mila euro all’anno”. Così la domanda è: come funzioneranno case e ospedali di comunità? Per formare un infermiere ci vogliono almeno tre anni, cinque con la laurea magistrale. E per tre anni almeno bisognerà attendere che gli oltre 17 mila studenti di oggi abbiano completato il ciclo. Situazione ben nota al ministero della Salute, che rileva come quest’anno i posti assegnati negli atenei siano mille in più dell’anno prossimo. Poi, l’anno prossimo, si punta a crescere almeno a 19 mila. Si tratta sui numeri con il Miur: per i corsi di laurea infermieristiche, infatti, mancano perfino i docenti.

Le prime case di comunità saranno operative a partire dal 2023. Prima saranno attivate le Cot, centrali operative territoriali, per lo smistamento della domanda tra territorio e ospedali. E sarà rafforzato il sistema di assistenza domiciliare. I conti comunque non tornano. Soprattutto se si prende per buona la previsione del Cergas, il centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’università Bocconi: per raggiungere gli obiettivi fissati dal Pnrr di infermieri ne serviranno almeno 100 mila.

(Dal Fatto).